SPECIALE "TWO LOVERS" – Cristallo liquido

Guardare è giocare con la morte. Ma è una sfida impari. E’ il destino del cinema. E’ il segreto di James Gray. C’è sempre qualcosa che ostacola e rende incerta la visione.

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La realtà è invisibile. Lo sguardo è come l’acqua che lambisce il guanto, o la sabbia che si deposita sulla superficie di una scatola. Tutte le volte che tocca un oggetto, ne modifica i lineamenti, i contorni, la struttura perfino. Questa New York che si apre al nostro sguardo non è più New York, è una città che appartiene a un’altra terra e a un altro tempo, percorsa da lingue sconosciute e antiche. L’atto della visione è una magia che mescola il sentimento nascosto con l’essenza atomica delle cose. Con lo sguardo tradiamo il reale, perché lo pieghiamo alle inspiegabili evoluzioni del nostro desiderio. Proviamo a completare il quadro con ciò che immaginiamo appartenergli. Riempiamo una mancanza. La donna che ho davanti a me e che amo alla follia non corrisponderà mai a quella che mi appare. I miei occhi si posano su di lei, con l’ansia di riscoprire il segreto che li ha fatti innamorare quella prima volta. La guardo per replicare all’infinito l’incanto, per riportare ancora una volta in vita quell’attimo indicibile in cui tutto ha avuto inizio e fine. Guardare è giocare con la morte. Ma è una sfida impari. E’ il destino del cinema. E’ il segreto di James Gray. C’è sempre qualcosa che ostacola e rende incerta la visione. L’acqua del mare, una pioggia battente, il fumo in un canneto, un’oscurità impenetrabile in cui muoiono le cose, il vetro di una finestra, la stessa aria che riempie la distanza tra i corpi e che geme e canta, al suono di un vento teso, di un boato doloroso che percorre lo spazio incredibile e ignoto di una gelida terrazza. Tra l’occhio e l’altro c’è un filtro che costringe l’immagine a una lenta erosione. E un sottile pulviscolo si libera dai corpi, dagli oggetti per spandersi in quest’aria strana, a rendere ancor più incerta la possibilità di riconoscersi e ritrovarsi e amarsi. Non ti ho mai vista. La vita consuma le persone che amiamo e le cose che sentiamo nostre. A che servirebbe custodirle in una foto? Padri, madri, spose promesse, felicità negate. Se Eastwood è sempre più nostro padre, colui che ci tramanda tutto ciò che sa sulla vita e la morte, sul bene e sul male, allora il cinema di Gray è davvero il cinema di noi figli. Siamo adolescenti al passaggio, viviamo ancora infantili scatti di entusiasmo e disperazione, sogniamo la fuga, ma chiediamo un segnale, una direzione. Se il cinema di Eastwood è cristallo puro, sempre più essenziale e nitido, visione che si volge a riscoprire le cose nel loro doloroso chiarore, come a ritrovare un appiglio di speranza che tenga ancora legati al mondo, allora il cinema di Gray è cristallo liquido. Segue le linee trasparenti di un racconto classico, per poi disperdersi a poco a poco in un’immagine che si liquefa ed evapora, fino a svanire. E’ lo sguardo, dolcemente disperato, di chi vede il mondo morire. E i film sono persone care che di nascosto guardiamo e che ci guardano, raccontandoci, con la loro inesorabile caduta, la nostra stessa morte, per poi abbandonarci. Consumiamo il cinema con gli occhi e, di rimando, il cinema ci consuma gli occhi. Non esistono preghiere che possano fermare il tempo e nessuna dichiarazione d’amore potrà mai scongiurare l’inevitabile. Non rimane che raccogliere le poche forze rimaste, per ridar fiato ancora una volta a quell’unica tenace illusione. Di nuovo al cinema, di nuovo a casa, da chi ci attende e ci ama.
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