Summer Scars, di Simon Rieth

Il film d’esordio del regista francese esplora l’interdipendenza tra vita, morte e amore, mescolando realtà e fantasia e donando concretezza all’imponderabile. Alice nella Città

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Estate 2011, Royan. I giovanissimi fratelli Tony e Noè trascorrono le giornate sfidandosi in combattimento, gare di corsa e prove di coraggio, ignari della strada che il fato ha posto loro dinanzi. A seguito infatti di una tragica caduta da una scogliera, Tony, rimasto ucciso, viene riportato in vita da un bacio di Noè. Un momento spartiacque destinato a modificare per sempre il corso delle loro esistenze.
Dieci anni dopo i fratelli, che nel frattempo si sono trasferiti insieme alla madre, fanno ritorno nei luoghi della loro infanzia, dove ad attenderli c’è una vecchia conoscenza.

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Già presentato alla Semaine de la Critique di Cannes e selezionato per la Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nella Città, Summer Scars (Nos cérémonies in orginale), film d’esordio di Simon Rieth, esplora la dimensione di interdipendenza esistente tra i vertici equidistanti di un atavico triangolo, all’interno del quale vita, morte e amore trovano “umanità” in Noè, Tony e nell’amica d’infanzia Cassandre.
Tony ha bisogno di morire per poter continuare a vivere e necessita di Noè per rimanere attaccato alla vita (“Vivere con lui è complicato”). Un binomio inscindibile in cui l’amore – che sia il sentimento che lega i due fratelli o la potente forza d’attrazione esercitata nei loro confronti da Cassandre – diviene terzo termine fondamentale di un’equazione quasi irrisolvibile e di un legame diviso tra affetto e gabbia che solo il “cortocircuito” finale è in grado di sciogliere.
Che sia espressione di fraternità o divenga metafora di elaborazione del lutto, Summer Scars rimane una pellicola enigmatica, non facilmente decifrabile. Vita, morte e amore si rincorrono in un film che galleggia tra realtà e simbolo, che lavora di spunti visivi (la tuta/scheletro di Noè, le “repliche residue” di Tony) servendosi della fantasia per colorare le inquadrature di tonalità improbabili, intense, così da restituire ai sensi – preponderante in questo senso anche il ruolo della natura e del mare in particolare – ciò che il pensiero suggerisce all’anima. In un continuo scambio tra mente e corpo che, sebbene corra il rischio di rimanere fin troppo ancorato alla metafisica, ha comunque il merito di cercare e creare concretezza nell’imponderabile.
La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
3 (1 voto)
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