#TFF33 – Giorno 6 – Legami

The Waiting Room (Concorso), John From (Concorso), Brooklyn (Festa mobile), tre film che tematizzano in maniera differente i legami affettivi. Oggi al TFF3

Il cinema riflette spesso sulle dinamiche affettive che si vengono a creare tra i vari personaggi e sulle conseguenze che queste hanno su di loro e sul mondo che li circonda. I tre film che abbiamo visto declinano questo tema in sfumature cangianti accomunate da una presenza apparentemente secondaria come la città, nucleo pulsante di tensioni e problematiche irrisolte.

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In The Waiting Room, presentato in Concorso, Igor Drljaca mette in scena un complesso dramma umano in bilico tra passato e presente, realtà e finzione, legami culturali e rapporti personali. Jasmin (Jasmin Geljo, evidente l’elemento autobiografico) è un attore emigrato a Toronto che per mantenere il figlio e la sua seconda moglie è costretto a lavorare nei cantieri e ad accettare qualsiasi tipo di provino. Cercando di replicare il successo che i suoi spettacoli riscuotevano nella ex Jugoslavia, dovrà affrontare il peso che il conflitto civile ha lasciato nella sua vita attuale.
La potenza del film non risiede tanto nel rievocare una pagina nera della Storia quanto nelle modalità narrative che permettono di avvicinarci a questa ferita, di percepire la sua portata: la guerra, le vittime, la violenza non vengono mai mostrate allo spettatore; il regista lavora piuttosto sui silenzi, su quel dolore soffocato che è impossibile trattenere e che si ripercuote giorno dopo giorno sul volto e sul corpo del protagonista. Le maschere e i travestimenti che indossa diventano allora una metafora dell’individuo moderno segnato da molteplici identità e dal bisogno di ricongiungersi alla sua terra, alla sua famiglia d’origine. Gli spazi (la macchina, la casa, la stanza d’albergo, il set) si configurano come luoghi della memoria in cui il tempo rallenta fino ad annullarsi condannando l’uomo-attore a un tragico e ignoto destino.

Anche Brooklyn (Festa mobile) esplora le distanze fisiche ed emotive servendosi però di un topos caro al cinema e alla letteratura quale il sogno americano, incarnato da una giovane irlandese (Saoirse Ronan) che all’alba degli anniBROOKLYN_02

’50 lascia la madre e la sorella per costruire il suo futuro a New York.
John Crowley, sostenuto dalla penna di Nick Hornby che ha adattato il romanzo di Colm Tóibin, firma una pellicola estremamente piacevole – sin troppo – che offre il giusto coinvolgimento grazie a una dose equilibrata di amori, desideri e dilemmi esistenziali. Il cuore della ragazza è infatti conteso tra due uomini che non rappresentano semplicemente due facce di uno stesso sentimento ma portano con sé due prospettive di vita per molti aspetti opposte – una tesa alle tradizioni e un’altra proiettata in avanti. A differenza di Waiting Room – e arriviamo al vero limite del film – in Brooklyn la sospensione è solo momentanea: non esistono interrogativi che non trovino risposta o tasselli che non vadano perfettamente a combaciare tra loro. A fronte di una generale forzatura, la storia mantiene comunque una salda coerenza che evidenzia una chiarezza di intenti e una buona capacità espressiva.

Di esito e tono completamente diverso è John From, sempre in Concorso, che racconta le turbolenze del cuore di unJOHN-FROM_01a quindicenne che durante l’estate si innamora del vicino di casa, un uomo più grande di lei con una figlia piccola da crescere. Trasfigurando le passioni adolescenziali su un piano squisitamente metafisico, il portoghese João Nicolau sovverte i meccanismi di genere e indaga l’interiorità conflittuale della protagonista mostrando le derive fantastiche e surreali che essa genera. Da un inizio quasi documentaristico con le giornate che scorrono tutte uguali insieme alla sua migliore amica, l’opera si trasforma in un viaggio delirante verso mete esotiche senza nessuna possibilità di ritorno: pappagalli, pacchi che scendono dal cielo, fiumi e struzzi invadono il quartiere di Lisbona che assume sembianze selvagge e irriconoscibili. Dal grigiore delle case e delle strade emerge il fantasmagorico sguardo dell’autore che gioca con la propria immaginazione tratteggiando un ritratto serio e sincero di una relazione impossibile e soprattutto di una fase di transizione che solo la potenza visionaria del cinema è in grado di catturare.