#TFF34 – Il sole tiepido sei tu: “A pugni chiusi” e “Moo Ya”

Ero come uno zombi, ripete più volte Lou Castel raccontando del periodo in cui la sua carriera era sprofondata sempre più nella pratica industriale della catena di montaggio del cinema-b, e da zombi chiamai Bellocchio per Gli occhi, la bocca. In effetti, i peregrinaggi dell’attore per le campagne romane e le architetture più svuotate e stranianti della città, che costituiscono l’ossatura del documentario di Pierpaolo De Sanctis, ricordano apertamente quel risveglio dalla morte che chiude il magnifico film di Bellocchio del 1982, con Castel risorto dalla tomba che vaga per una Bologna sospesa, spettro che anticipa l’Aldo Moro di Buongiorno, Notte (e con la voce italiana dell’interprete bellocchiano Sergio Castellitto…).

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Anche questo Lou Castel, “un altro Lou Castel” come dice l’attore, forse ancora un ulteriore gemello dei due di Gli occhi, la bocca, si aggira per le immagini di A pugni chiusi come proveniente da una dimensione parallela, quello che gli si para davanti su questo piano di realtà (le case, gli scorci di Roma come il gazometro, gli oggetti trovati per terra) viene istantaneamente traslato attraverso una serie di connessioni invisibili, astratte, che Castel veicola con le sue parole, le sue confessioni, gli aneddoti, i ricordi, le performance estemporanee in cui rivive per potentissimi istanti la formazione nella guerriglia delle avanguardie (il frammento più sorprendente dell’apparato del repertorio, fatti salvi i dispacci del Bellocchio maoista, è sicuramente il Grifi di Transfert per kamera verso virulentia, 1967).
Il lavoro di De Sanctis conferma lo sguardo assolutamente personale dell’autore (la passione per gli spazi metafisici della Capitale già vista in un bel corto di qualche anno fa, Nell’occhio di Venere) anche nel percorso sul racconto biografico, e riesce ad innervare di animo militante e sovversivo frammenti spuri di un cinema oramai scomparso, di foga produttiva pericolosamente onnivora: più che una ricostruzione ne viene fuori una reinvenzione, con la complicità di Castel che si dona senza remore, e si butta con coraggio di struggente incoscienza contro il drone con cui De Sanctis lo pedina senza posa.
La messa a nudo operata dall’attore è spesso disarmante, e il regista riesce a mantenersi sempre un passo indietro da ogni accenno di patetismo (rinunciando a volte anche alla pulizia della forma, increspata da entrate in campo del dietro le quinte e dell’impalcatura ai lati, come il momento della caduta di Castel con Pierpaolo che compare in scena per dargli una mano a rialzarsi, un attimo prima dello schermo nero).

moo-ya-2016-filippo-ticozziE’ proprio su questo confine invalicabile tra la verità, l’immagine, la Storia e lo sguardo che si gioca in maniera ancora più esplicita tutto l’equilibrio di Moo Ya di Filippo Ticozzi.
I ricordi di Opio, anziano saggio cieco che vive in un villaggio dell’Uganda un’esistenza fatta di piccoli gesti quotidiani seduto sotto un albero al centro dell’agglomerato di costruzioni domestiche, voci alla radio, canzoni sussurrate alla chitarra, piccole nuove vite da cullare, sono troppo violenti, atroci e dolorosi per poter essere rievocati (sono, infatti, racconti delle torture, dei soprusi e della sete omicida dei ribelli di Joseph Kony), così come le memorie dell’orrore delle altre donne che Ticozzi raccoglie (e una di loro ammette proprio “non vorrei tornare a quel passato per nessuna ragione”).
E infatti la volontà del documentario sembra davvero quella di imprigionare queste storie in una gabbia insormontabile fatta di silenzio, contemplazione, distanza di sicurezza e rituali di purificazione come i gesti di preghiera abitudinari dell’uomo.
Tutta la disperazione della riesumazione della tragedia nelle voci di chi interviene nel film subisce un’operazione di esorcismo attraverso l’essenzialità inscalfibile del dispositivo di Ticozzi: quando Opio decide di intraprendere il suo viaggio solitario attraverso la strada tracciata in una natura che si mantiene incurante dei destini umani, è come se il tragitto di quel bastone bianco stesse segnando la reale portata del nostro cammino sul pianeta: quello che nella nostra prospettiva appare come uno dei più inaccettabili e cruenti eccidi del postcolonialismo non pare aver mutato minimamente il corso della vita degli animali, delle rocce, del vento, delle albe e dei tramonti.
Ticozzi opera così il definitivo spargimento delle ceneri di ogni prospettiva storica possibile in un documentario di “impegno civile”, istantanea di un passaggio, traccia di un incontro, prova discreta impossibile di una sopravvivenza.

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