#TFF37 – L’apprendistato. Intervista a Davide Maldi

Dopo esser stato presentato a Locarno, L’apprendistato – The Young Observant, il nuovo film di Davide Maldi, arriva al 37° Torino Film Festival ospitato nella sezione TFFdoc/italiana. Il regista e fumettista, a cinque anni da Frastuono, torna a filmare l’adolescenza. La musica e i boschi sono però lasciati fuori: il protagonista questa volta è Luca, un giovanissimo allievo d’un prestigioso quanto claustrofobico collegio alberghiero, costretto a malincuore a sottostare alle regole ferree della scuola ed al rigido cerimoniale dell’arte del servire. Un film politico, un “manuale per giovani anarchici” che non hanno fretta di crescere, nonostante gli imperativi della società e le attese delle famiglie.

Ne abbiamo parlato con il regista a partire dalla curiosa, e forse apparente, antinomia tra i titoli dei suoi film, Frastuono e L’apprendistato. Film lontani che però mettono al centro l’adolescenza. Cosa li tiene insieme?

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Sono due lavori che vogliono inserirsi all’interno di un’idea di trilogia. Sono (e saranno) dei film che ragionano molto sull’idea di diventare adulti da subito. Ho cercato delle situazioni che nella realtà rimandano al passaggio repentino dall’adolescenza alla vita adulta, che potrebbero essere definiti riti di passaggio. Ho letto molto d’antropologia prima di approcciare all’ideazione dei lavori precedenti ed anche a quella del prossimo e quindi ho cercato una traduzione contemporanea dei vecchi riti di iniziazione. Magari non per forza appartenenti alla cultura occidentale, cercando di trovare delle forme scomparse e però visibili. Nel lavoro precedente si parlava di due ragazzi che attraverso la pratica musicale non accademica cercavano di uscire fuori in un mondo che comunque era piuttosto asettico, dove gli adulti non c’erano, non avevano modo di tessere relazioni e sembravano un po’ degli alieni appena giunti sulla terra. O almeno questo era il mio modo di osservarli.

 

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Anche un po’ dei selvaggi, immersi nella natura...

Sì, naturalmente un po’ selvaggi. Uno dei due infatti veniva proprio da un contesto selvaggio. C’è un rapporto col selvaggio, con l’animale, come anche in questo film, perché il modo di osservare l’adolescente che ho cercato di mantenere è esattamente quello dell’osservazione di un animale feroce, di un animale selvatico.

 

Un animale selvatico in cattività però, in gabbia?

In quel caso erano in gabbia perché c’era un rispecchiarsi con degli animali “sdentati” e reclusi che non riuscivano a ruggire, che non riescono ad emettere suono. In questo invece diciamo che l’animale è imbalsamato, quindi ha già oltrepassato la soglia verso l’altro mondo. La natura dell’adolescente è finita velocemente. Per il terzo sto aspettando di capire quale potrebbe essere la traduzione nella metafora ferina, anche perché io lavoro partendo da un’idea molto precisa, quindi sono ancora in una fase di scrittura ed è un po’ prematuro far delle tesi…

 

Invece parlando dell’ambientazione, è curiosa questa scelta della scuola alberghiera. Il tuo film sembra essere un’opera “politica” già dalla questa scelta. Nella vulgata mediatica questo genere d’istituti sono considerati istruzione di serie C, dei “parcheggi”. É interessante questo discorso che fai sul mondo scolastico.

Nella mia idea politica di questo film, come accennavamo, c’è l’idea della costruzione del giovane anarchico. Perché Luca (Luca Tufano, il protagonista) è un anarchico, ma un anarchico di 14 anni, ed è troppo facile essere anarchici a quest’età. Alla base del diventare anarchici credo ci sia un grandissimo allenamento culturale e fisico, ossia imparare quali siano le regole del gioco, magari studiare anche, parecchio, perché prima di abbandonare tutto o di fare la propria rivoluzione uno deve un po’ conoscere. Una cosa che si è persa nell’insegnamento di oggi è un rapporto disciplinare, severo e rigido. In questa scuola s’insegna un mestiere che deve essere praticato ad alti livelli. Per questo ho scelto un istituto al nord Italia. Io volevo una scuola che avesse una tradizione e che guardasse a servire un padrone. Ho ragionato molto sul rapporto servo-padrone. Sono partito da una lettura di un libro di Swift, Istruzioni alla servitù, manuale fatto di consigli ironici per sopravvivere presso la casa del padrone.

 

Swift è stato un grande maestro ed “allevatore” di giovani menti anarchiche…

Esatto, poi io vengo da una scuola di suore, un’esperienza terrificante che non consiglierei a nessuno, però credo che la scuola debba essere onesta, come quella raccontata nel film, in cui si spiega perfettamente cosa uno deve fare e non fare per apprendere quel lavoro. Ma il paradosso di questo film è che queste cose vengono insegnate a degli adolescenti che velocemente devono reprimere tutta la loro euforia.

 

Nel film c’è la scena della caccia che sembra segnare in modo chiaro il momento “rituale” di passaggio.

Sì, ed è un momento molto legato alla scelta di Luca come attore. Tra noi c’è stato un imprinting, e lui viene da un contesto di montagna, ama la caccia e la macelleria. Il giorno in cui gli vidi impugnare un fucile fu uno scarto. Inoltre per me è un’opera sulla formazione di un essere mitologico: come nel film precedente parlavo di Iaui, anche qui parlo di persone che stanno al mondo al grado primario, principale, che è quello dimenticato nella maggior parte delle città del mondo occidentale. Però sono tutte persone che in realtà sanno vivere, devono solo adeguarsi alla vita contemporaneo. E la scena della caccia è una piccola parabola di evasione rispetto alla claustrofobica atmosfera della scuola.

 

Ma veniamo ai tuoi modelli. Abbiamo parlato di Swift, quali sono i tuoi altri riferimenti letterari e filmici?

In molti hanno detto che nel mio film ci sono dei riferimenti a Olmi…Inoltre contemporaneamente a Swift ho letto Walser e i Fratelli Tunner. Poi c’è una cosa molto banale che viene dall’infanzia e che risponde forse al perché ho voluto fare un film sull’adolescenza: c’è un cartone di Miyazaki che si chiama Kiki- consegne a domicilio in cui c’è una strega che è costretta a lasciare il mondo delle streghe per andare nel mondo degli uomani e non può fare ritorno a casa finché non ha imparato un mestiere. Mi piace perché mantiene un misto d’impostazione realistica e “fumettosa” della realtà, ed io vengo dal fumetto. 

 

E invece hai dei riferimenti cinematografici?

Sono un amante di Kaurismäki e Pedro Costa, mi piace il cinema classico, Il posto di Olmi è uno dei film preferiti ed evidentemente qualche traccia l’ha lasciata …

 

A livello stilistico giochi molto tra fiction e documentario. Ammesso che siano ancora due definizioni valide e non obsolete, tu come la vedi?

Io se devo essere sincero non mi sento un documentarista. Vengo dal fumetto e dallo storyboard. Ho lavorato anche come aiuto-regia ma per molto tempo ho avuto un rigetto incredibile per il cinema e mi sono completamente isolato, dopo anni ho provato a deviare ed a costruirmi anche un metodo. Ho capito che ciò che voglio è la traduzione di un’idea nella realtà senza vampirizzarla ma cercando una collaborazione. Pedro Costa, cui mi ispiro, è un maestro di questo tipo di cinema, ed è un po’ quello che mi interessa e mi diverte. Io poi lavoro come se stessi costruendo un film di finzione, quindi ho delle idee molto precise che cerco nella realtà. Voglio lavorare in questo modo perché ho trovato molto stimolante e adrenalinico il fatto di avere un’idea mia che non è suggerita da nessun altro, ritrovarla nella vita reale ma poi dimenticarmene per un po’ e farla sedimentare grazie al film, lasciando completamente la porta aperta all’imprevisto per poi riprendere le redini del gioco soprattutto nel montaggio. È come se iniziassi un film di finzione, lo realizzassi come un documentario ( perché poi filmo da solo, regia, fotografia e suono). L’apprendistato è un film che ragiona sui generi. Il documentario è un genere e quindi l’unica cosa che si può dire è che è un film che si colloca in questo periodo in cui non sai mai dove collocarti…