#TFF37 – Spider in the Web, di Eran Riklis

Simon Bell (Ben Kingsley) è un agente segreto dell’intelligence israeliana da oltre quarant’anni. Il suo capo non si fida più molto delle sue doti e della sua lealtà, e quando si presenta una nuova missione – indagare su una società sospettata di vendere armi chimiche in Siria – manda una giovane recluta, Daniel (Itay Tiran), per farlo controllare.

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Basato su eventi veri, recita la didascalia iniziale, come a voler affermare non tanto una connessione con il presente quanto una condizione di violenza e barbarie che non risparmia nessuno, bambini compresi (le riprese di un attacco militare in apertura). Eppure, per il modo in cui è sviluppata la storia, scritta da Gidon Maron ed Emmanuel Naccache, sembra che questa componente sia trascurata e trattata con superficialità: nell’arco della narrazione si inseriscono dettagli, piste, colpi di scena, imprevisti che non tendono a creare un quadro generale tale da permettere allo spettatore di ricostruire l’accaduto e valutarne la portata. E non basta nemmeno l’atto conclusivo con lo svelamento del colpevole e del doppiogiochista a far sì che tutto possa avere un senso.

D’altra parte, bisogna ammettere che non siamo di fronte al classico thriller da cardiopalma: se si escludono un inseguimento in macchina e una fuga da un treno in corsa, il film di Eran Riklis parla attraverso il gancio spionistico di solitudini, amori e affetti ritrovati. Bell, un Ben Kingsley perfettamente in parte, è in fondo un uomo solo che “accidentalmente” incontra una donna, anch’essa coinvolta nella vicenda (una Monica Bellucci al solito misteriosa ma con un desiderio nascosto di maternità), per la quale proverà un sentimento sempre più forte. Il suo è un personaggio dalla sensibilità spiccata che non resta indifferente davanti alle tragedie (la morte di Anne-Marie) e che tenta di riempire i vuoti lasciati da un lavoro che lo costringe lontano da casa. Così il legame che instaura con il prestante e diffidente Daniel è quello di un padre che vuole tornare a prendersi cura del proprio figlio, in questo caso figlioccio. Non sorprendono quindi i diversi momenti che i due trascorrono insieme ricordando il passato (il padre di Daniel era amico e collega di Bell) o disquisendo di come fare a riconoscere una buona zuppa di piselli. Riklis spinge il film verso una dimensione personale, più in linea con il suo cinema, mantenendo una drammatizzazione piuttosto asciutta e facendo leva sui cliché di genere: ci si dimentica presto degli eventi veri e alla fine si assiste a un affare di famiglia con annesse vendetta e regolazione di conti.

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