#TFF37 – The Projectionist, di Abel Ferrara

Il 2019 è stato l’anno del ritorno per le strade di New York, per Abel Ferrara: il MoMa gli ha dedicato una retrospettiva, che il regista non ha tardato a trasformare in un piccolo happening di performance e concerti con gli amici musicisti e attori di sempre; proprio quell’omaggio era stata l’occasione per presentare e finalmente distribuire in patria il suo Pasolini, mai uscito negli USA, quasi in contemporanea con la premiere al Tribeca di questo The Projectionist. Un documentario che parla in tutto e per tutto la lingua di New York, come non accadeva forse da Mulberry Street: gli spettatori del festival di De Niro lo hanno subito amato perché l’unico pubblico davvero in grado di entrare istintivamente nell’attitude del protagonista, il projectionist Nick Nicolaou e nelle storie che racconta, sono stati nei suoi cinema e conoscono il personaggio, piccola star del circuito downtown.

Dal passaggio newyorkese di fine aprile a NY fino a questa anteprima italiana a Torino, il documentario di Ferrara si arricchisce però di nuovi significati lontano dalla sua anima ancora una volta “di quartiere”, proprio nel solco delle polemiche tra Netflix, le sale, la Marvel e le barricate della New Hollywood. The Projectionist è infatti soprattutto il racconto della ricerca di un’alternativa a questi duopoli, appunti itineranti per un’ipotesi di sopravvivenza in questa trincea, attraverso il ritratto affettuoso del faccendiere delle sale cinematografiche newyorkesi Nicolas Nicolaou.

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Si tratta del lavoro relativamente più “posato” tra tutta la produzione documentaristica di Ferrara, che si fa accompagnare dall’obiettivo del vecchio sodale Ken Kelsch per le vie di una New York che è soprattutto una metropoli fatta di cinema, di intere strade costellate da sale cinematografiche una accanto all’altra, dove fino alla cosiddetta “cura Giuliani” un grosso giro di denaro passava per le casse dei cinema a luci rosse. Mentre scorrono frammenti di opere porno gay mischiati al Pasolini della trilogia della vita e a Driller Killer, The Projectionist diventa la storia della resistenza di Nick Nicolaou, originario di Cipro ed ennesimo migrante della galleria ferrariana, alle multinazionali delle distribuzioni e dei multisala. I suoi schermi vintage di periferia, che hanno visto di tutto dall’autorialità europea alla pornografia più psichedelica fino a American Sniper, non si svendono, come il negozio di chitarre artigianali di Carmine Street Guitars.
È la storia di una città che per decenni ha sublimato quella violenza che animava gli angoli dei suoi quartieri nelle code sui marciapiedi per affollare le sale della New Hollywood, e che adesso lotta per mantenere in piedi la memoria di quelle mura.

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Facile tracciare un’analogia tra la battaglia di Nicolaou e la guerriglia produttiva dell’attuale filmografia apolide di Ferrara: girato prima dello straordinario Tommaso di Cannes (e montato anche stavolta dal fidato Fabio Nunziata), The Projectionist è un passaggio-chiave, il racconto della fine dell’interconnessione tra la mutazione del cinema e quella della società. Tommaso affronterà poi proprio le conseguenze di questo distacco sulla percezione della realtà filtrata dalla tecnologia, un nuovo livello di percezione, quello che viviamo nella nostra quotidianità aumentata, inedito sino ad ora nella storia dell’umanità.
Ecco, in quel paio di momenti di The Projectionist in cui seguiamo Nicolaou (insieme a Cristina e Anna, la famiglia Ferrara…) tra le placide viuzze del suo paesino di pescatori in Grecia è forse possibile scorgere quell’apparente allontanamento dall’inquietudine metropolitana così cara agli appassionati di Ferrara (per i quali questo documentario è forse un testo più rassicurante di altre uscite recenti del cineasta), e che è innanzitutto un’ennesima dichiarazione di libertà proprio dalla dittatura della tracciabilità dei gusti e dei trend, apripista sottotraccia al venturo Siberia, il nuovo film di finzione di Ferrara, progetto accarezzato da anni attualmente in postproduzione.