The Last Hillbilly, di Bouzgarrou & Jenkoe

Il gesto più imponente di questa edizione, un poema lirico sulla fine di una civiltà dove la consapevolezza di essere filmati diventa struggente confessione. A TFFDOC/Internazionale al #TFF38

Una poesia sulla fine di una civiltà. C’è tutto un mondo che sta scomparendo in questo notevole e impressionante lavoro firmato dai cineasti francesi Diane-Sara Bouzgarrou e Thomas Jenkoe e presentato nella sezione TFFDOC/Internazionale. Suddiviso in tre capitoli (Under the Family Tree, The Waste Land e The Land of Tomorrow), The Last Hillbilly mostra la vita di Brian Ritchie e della sua famiglia che vivono a Talcum, nel Kentucky orientale, in un’area rurale degli Appalachi. Qui un tempo la popolazione lavorava nelle miniere. Poi c’è stato un crollo economico che ha isolato gli ‘hillbillies’, il termine che definisce gli abitanti del posto, cioè ignoranti, poveri, violenti, razzisti, incestuosi. Brian è lì, sospeso tra passato e presente. Intrappolato in una terra che ama ma dove non c’è futuro. In un momento travolgente davanti al fuoco, parla ai figli e del progresso che ha rovinato la loro civiltà. Però avverte: “Ci sarà un tempo in cui Nintendo, smartphone, tablet e Tv spariranno”.

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Gli anni ’90 sembrano il secolo scorso. Un tempo lontanissimo dove si coltivava il cibo. Tutto è cambiato. Lo sguardo dei due cineasti mostrano i residui di un mondo e di un paesaggio. Scorrono frammenti del disastro ecologico già in apertura con le immagini dei cervi che muoiono in acqua. C’è la voce-off, mai distante, ma partecipe, carica di dolore e di pietà. Nel racconto di Brian c’è la nostalgia per questa ‘no man’s land’ dove il paesaggio muta a seconda dal personaggio che lo attraversa. Ci sono i fantasmi delle persone che c’erano e ora non c’è più come il fratello di Brian, morto giovanissimo, di cui si vede la tomba al cimitero. Ci sono anche le tracce fuori-campo di una violenza, che si potrebbe vedere nel momento in cui è narrata: i trofei di caccia, la storia dell’amico che picchiava la moglie perché odiava se stesso. E poi un senso di abbandono, con la voce-off che potrebbe arrivare dall’oltretomba.

C’è da parte di Brian e dei figli la consapevolezza di essere filmati anche nei momenti di maggiore intimità. O in alcune azioni quotidiane (la figlia che guida) o accadimenti (il bambino che si fa male al puede). A un certo punto il bambino dice ai due cineasti: “Andiamo cameramen”. Non solo un invito a seguirli, ma a non interrompere quel legame che si è instaurato tra Bouzgarrou e Jenkoe, la famiglia e i luoghi. I loro sguardi si sono uniti dopo i lavori che hanno diretto singolarmente; lei ha realizzato Je me ne souviens de rien nel 2017, lui Souvenirs de la Géhenne nel 2015, entrambi premiati al Cinéma du Réel a Parigi. E trovano la sintesi ideale. The Last Hillbilly è un’esplorazione dentro i traumi personali, una straniata seduta terapeutica dove sembra di galleggiare dentro le immagini. Anche all’inizio e alla fine, con lo schermo rimpicciolito dallo smartphone. È il gesto più imponente di questo festival. Una ricerca soggettiva, emotiva, sensoriale, disperata del tempo perduto quando Brian, come lui stesso ha detto, “è stato l’ultimo bambino libero d’America”.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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