The Undoing – Le verità non dette, di Susanne Bier

Il thriller psicologico del momento si costruisce sulle fila di Big little Lies ma con l’aggiunta di una parte crime vitale, cercando di svelare una sola e cruda verità sulle relazioni umane

“A perfect life is a perfect lie”, gridava qualche anno fa David E. Kelley con Big Little Lies, intenzionato a sottolineare l’importanza delle menzogne e di come esse facciano parte di qualunque essere umano ricopra un ruolo sociale, nonché il come la propria vita finisca inevitabilmente con l’essere un’illusione tenuta insieme da una tela di bugie dette alle altre persone – soprattutto nel caso di ambienti borghesi, che più di altri vivono di apparenze. The Undoing, basata sul romanzo Una Famiglia Felice di Jean Hanff Korelitz, con cui condivide sceneggiatore e produttore, si focalizza invece sulle bugie dette a sé stessi, ovvero una forma ancora più pericolosa. In comune con la sua ‘sorella’ più grande la miniserie HBO presenta l’ambientazione sociale abbiente, il character design dei protagonisti sviluppato a partire dalle dinamiche psicologiche e la perfetta confezione degli scomparti tra scenografia e fotografia, che continuano a rimanere i punti cardine del prodotto. Il tutto con una catena di sfondi che vanno dall’assolata California alla fredda Upper East side, dall’oceano sconfinato e consolatore al recintato e claustrofobico Central Park.

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Grace Fraser (Nicole Kidman) è una psicoterapeuta facoltosa che vive a Manhattan insieme al figlio adolescente e al marito Jonathan (Hugh Grant), un pediatra oncologico, in un ambiente alto borghese ma caloroso, con un legame in apparenza fondato su un rapporto di amore e fiducia ben consolidato. Le loro vite verranno trascinate all’interno di un vortice dal momento in cui si scopre dell’assassinio della madre e artista Elena Alves (una Matilda De Angelis dalla prestanza scenica invidiabile), che andrà a sconvolgere il quartiere più ricco di Manhattan, puntando i riflettori sulla famiglia Fraser a causa della scomparsa del marito Jonathan, avvenuta in simultanea con il ritrovamento del corpo della vittima. Nel primo episodio The Undoing avanza da subito una critica alla perfezione apparente delle famiglie ricche, seguendo tutti gli stereotipi del caso nella loro rappresentazione: dal gruppo di madri altolocate che s’incontrano in comitati per organizzare serate di beneficenza, alla quale la protagonista non ha voglia di partecipare, sentendosi diversa, ai padri che collaborano per supporto e fare buon viso a cattivo gioco. Si viene pervasi da un’ondata di patina, dove la famiglia protagonista sembra essere quella al di sopra, la più gentile, forse la meno snob, quella che “sicuramente si rivelerà anticonformista”; il tutto all’interno di eleganti ambienti newyorkesi particolarmente curati nei dettagli, con oggetti di scena studiati e rintracciabili a caro prezzo: dal ‘casolare confortevole’ della famiglia Fraser alla tenuta più austera e fredda del padre di Grace (un Donald Sutherland sempre perfetto nel ricoprire un ruolo da milionario, ricordando il suo J. Paul Getty nella serie Trust di Danny Boyle) alla scuola privata che fa la cornice di un luogo sicuro.

Rispetto a Big Little Lies la nuova miniserie ha oltre al thriller e al dramma una parte crime molto più esplicita: mentre nella prima era banalmente accennata, fungendo solo da escamotage per raccontare la vita emotiva di cinque donne, ora è vitale, rendendolo così un thriller psicologico ben costruito, a cui serve solo un punto di partenza semplice e una manciata di possibili sospetti per restare in piedi.
The Undoing segue alla perfezione tutte le regole del genere, e come i migliori thriller risponde alla richiesta del pubblico di farlo rimanere incollato allo schermo fino alla fine, soddisfacendo la brama di binge watching; al tempo stesso però, come i peggiori thriller, si perde interesse definitivamente non appena il mistero viene svelato. Si tratta contemporaneamente di un finale convenzionale, poiché la soluzione si rivela quella più scontata, palese sin dal discorso di Grace con la sua paziente nel primo episodio, e non convenzionale, proprio perché a causa della sua ovvietà si è portati a pensare che ci sia un trucco, facendo dubitare di chiunque nonostante ci siano veramente pochi personaggi di cui sospettare.

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Il tutto funziona anche, se non soprattutto, grazie alla performance della Kidman, che qua recita due volte. La sua interpretazione delle emozioni risiede tutta nel suo sguardo spaventato e nostalgico, che lo spettatore segue per tutta la durata della miniserie; il suo sguardo è il cinema che cerca di raccontarsi attraverso l’immagine, attraverso le sue sensazioni ma soprattutto attraverso la memoria: perché lo sguardo del cinema è memoria, la stessa memoria che la protagonista deve ricostruire; e non il semplice ricostruire degli eventi ma la percezione di quegli eventi. Il suo occhio diventa anche l’occhio dello spettatore, l’unica guida da seguire per arrivare alla verità, affrontando lo stesso calvario di Grace, dubitando di tutto ciò che lei incontra e di qualsiasi informazione, condividendo e impersonando la sua emotività attraverso la propria. Questo enfatizzato da una regia che si focalizza soprattutto sulle reazioni dei personaggi, su ciò che scaturisce dai loro volti.

Bugie, sospetti e casus belli così semplici ma che riescono facilmente a condurre una narrazione lineare capace di far crollare ogni certezza, con personaggi che dopo ogni evento acquisiscono maggiore caratterizzazione, mostrando sfumature grigiastre della propria personalità: sembrano buoni ma sono pregni di un’importante complessità psicologica, tale da farli diventare ambigui, effetto a cui non scampa né la stessa vittima che a causa della sua instabilità potrebbe aver addirittura architettato la sua dipartita e nè la protagonista, che più di una volta dà l’impressione di poter essere in realtà lei la carnefice, soprattutto quando perde di vista l’obbiettivo di scoprire la verità per mettere come priorità il ricostruire la sua famiglia. È proprio in questo spaccato che si trova l’excelsior dell’opera, deposto sul piano narrativo nella sua scrittura più psicologica. The Undoing è una miniserie che ha inscenato un caso sfruttando il genere crime, con tanto di omicidio e rispettiva risoluzione, per mandare un messaggio chiaro e reale sulla debolezza e sull’ipocrisia – non tanto delle persone altolocate – ma di tutti i rapporti umani più intimi, quasi sempre fondati su ciò che si preferisce vedere e non su ciò che si vede (che è) realmente.

“…ha un po’ troppa fretta di vedere quella persona negli uomini che incontra, da non vedere chi ha davanti.” La prima seduta che si vede sullo schermo è quella che racchiude tutta la verità sull’omicidio ma anche sulla vita, su una società che non è ancora pronta ad ammettere le falle delle relazioni sentimentali, spesso basate su bugie che ognuno racconta a se stesso in virtù dell’apparenza sociale. The Undoing racchiude una verità che può spiazzare sul modo fallace in cui le persone vedono gli altri: non per chi sono davvero, ma attraverso una distorsione basata anche su mancanze e insicurezze personali, che porta a identificare nell’altro solo ciò che si vuole vedere a causa di un insieme di pregiudizi e dei citati bias cognitivi che, come spiegato nella serie, sono “la tendenza a vedere le cose in pase alle proprie nozioni preconcette”. La miniserie ha il coraggio di provare a far riflettere sul come vengono percepite le illusioni e gli inganni che si celano nei rapporti umani, soprattutto intimi, quando li si vive in prima persona, insegnando a dubitare e ad andare oltre la propria visione oscurata dall’amore, dalla passione o dall’apparenza, che obnubilano non solo la vista ma anche la ragione; “…le persone non vedono la vera natura dei loro coniugi”. Conoscere il prossimo fino in fondo non è un’impresa sempre possibile quando il malvagio si cela dietro grandi sorrisi e personalità carismatiche, soprattutto in ambienti altolocati, dove i mostri sono in giacca e cravatta. A un certo punto tale coraggio narrativo viene però messo a freno nella risoluzione della storia, quando il tutto viene giustificato dalla psicologia più clinica, riportando il materiale su un aspetto scientifico e meno filosofico/analitico, in cui tutto viene spiegato con disturbi dell‘individuo, traumi e mancanze a livello emotivo seguendo perfettamente le convenzioni del genere crime; una realtà che esiste ma che potrebbe oscurare il messaggio principale, facendo credere che una relazione sbagliata sia solo quella avuta con un omicida.

Titolo originale: The Undoing
Regia: Susanne Bier
Interpreti: Nicole Kidman, Hugh Grant, Édgar Ramírez, Donald Sutherland, Matilda De Angelis, Noah Jupe, Lily Rabe, Ismael Cruz Córdova, Sofie Gråbøl, Noma Dumezweni
Origine: USA, 2020
Distribuzione: HBO
Distribuzione italiana: Sky, Now tv
Durata: 6 episodi (340 m totale)

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.36 (25 voti)
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