The Village Next to Paradise, di Mo Harawe

Un esordio alla regia che soffre di qualche ripetizione ma risulta autentico e realistico nel descrivere la Somalia rurale e attuale attraverso i problemi di una famiglia. CANNES77. Un Certain Regard

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La cosa più importante di The Village Next to Paradise è quella di essere il primo film somalo inserito nella selezione ufficiale di Cannes, nella sezione Un Certain Regard. Importante perché rappresenta un altro piccolo passo verso la normalità di un paese dove le conseguenze della guerra civile, tra le più sanguinose del continente africano, si sentono ancora oggi. Nel film quelle tracce sono quasi impercettibili, appaiono in maniera indiretta, ad esempio attraverso il lavoro del protagonista maschile, uno dei tanti che è costretto a svolgere. Da vent’anni scava delle tombe, per seppellire cadaveri smembrati da un attentato, prive di braccia e gambe, a volte vittime dei droni americani che sganciano missili sensibili verso i nemici di Al Quaeda. Mamargade vive in un villaggio affacciato sul mare chiamato Paradise, insieme al figlio Cigaal e sua sorella Araweelo, che coltiva un sogno da anni, quello di aprire una sartoria. Un progetto messo in crisi dal bisogno di denaro del fratello, deciso a mandare il figlio in un collegio in città, per allontanarlo dai pericoli di un territorio costretto a vivere in un continuo stato d’allerta.

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Girato con una prevalenza di camera fissa, il film offre una panoramica a tutto tondo dello stato del paese e di come sia ancora in una condizione tribale, dove tra i requisiti per ottenere un prestito in banca c’è l’appartenenza ad un clan, dove se sei una donna per avere il credito devi portare la garanzia di tuo marito. Consuetudini di una società ancora lontano da un approccio secolare, nella quale l’influenza della religione musulmana è comunque qualcosa di capillare. Mostra un paese dove il transito è scandito dai posti di blocco militari, persone prive di documenti, in definitiva il mancato assetto di un apparato statale. Ed indica come unico fronte di contrasto possibile ad un’anarchia repressiva la famiglia, sia pure improbabile e disfunzionale, costruita sul contratto prima che dall’amore. Perché ormai dopo violenze stupri ed assassini, l’amore è finito in un angolo. Dallo schermo i corpi e le espressioni dei personaggi hanno comportamenti estremamente misurati, guardinghi, pieni di una freddezza derivata dalla sfiducia. E la parabola di questo piccolo nucleo familiare afferma proprio questo, prima di ogni altra cosa bisogna ritrovare il coraggio di fidarsi degli altri. Chiuso in uno scenario desolante, che riflette i problemi del territorio, il film d’esordio del regista somalo-austriaco Mo Harawe fatica a trovare ritmo e soffre una durata eccessiva, dove si accumula soltanto la ripetizione di concetti. Ha invece buon intuito nell’ aggiungere dettagli significativi per arricchire il racconto e donargli un grado di autentico vissuto, e nell’usare il quotidiano per creare una storia di estremo realismo.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.8
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Il voto dei lettori
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