TORINO 31 – I fantasmi di San Berillo, di Edoardo Morabito (TFF Doc)

I fantasmi di San Berillo

I fantasmi di San Berillo, del catanese Edoardo Morabito, svela la vita di quel quartiere di Catania che oggi sembra cinto d’assedio dall’edilizia popolare. Ma nonostante questo continua ad assolvere il proprio compito rappresentando zona franca in cui hanno trovato alloggio prostitute e travestiti, inconsapevoli sovversivi che animano il quartiere e ne conservano il mito. Il film è il vincitore della sezione TFF doc – Italiana Doc

I fantasmi di San Berillo

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Nell’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato, in concorso Ana Arabia, l’ultimo film di Amos Gitai. La macchina da presa del regista israeliano entrando in questo microcosmo che sopravvive dentro la città di Jaffa e nel quale convivono culture differenti, ci ha raccontato le storie dei suoi abitanti e quella speciale convivenza che azzera ogni conflitto.

I fantasmi di San Berillo, del catanese Edoardo Morabito, pur con forme e costruzioni del tutto differenti, compie un’operazione assai simile, anche, in qualche misura per gli intenti che coltiva. San Berillo è un vecchio quartiere di Catania oggi ridotto ad una estensione minima rispetto al passato a causa di un progressivo smantellamento delle abitazioni in favore dell’edilizia residenziale e popolare. Documenti degli anni ’50 accompagnati daIla solita voce stentorea e declamante, enfatizzano lo sventramento di San Berillo in favore di un procurato benessere ai propri abitanti. Oggi il quartiere sembra incastrato dentro un assedio di cemento e sopravvive a se stesso misurandosi, tra l’altro, con la vita difficile dei propri abitanti. San Berillo, o quello che ne resta, assolve il proprio compito continuando a rappresentare rifugio preferito, quasi zona franca, in cui hanno trovato alloggio prostitute e travestiti che convivono, seppure con sempre maggiori difficoltà, animando il quartiere e conservandone il mito.

Proprio su questo passato mitizzato gioca il film di Edoardo Morabito. Quelle storie  e il ricordo degli abitanti del quartiere, sono ripercorse da un narratore che assume le vesti e le funzioni di un moderno Virgilio che guida l’occhio della macchina da presa trasformando in leggenda anche la banalità del quotidiano. Le vecchie case, i ruderi, gli anfratti abbandonati, le strade nei percorsi della memoria fanno da scenario, oggi come ieri, alle vite avventurose degli abitanti del quartiere, figure sopravvissute al disastro, persone ingannate dai fatti della vita, esistenze complesse, invisibili al mondo, non a caso anch’essi ricompresi nel titolo del film. San Berillo è il loro, il loro porto sicuro e sembra che non possa esserci altro posto per quelle persone se non un luogo leggendario come quello. Sono le parole di Italo Calvino e Goliarda Sapienza, lette dalla catanese Donatella Finocchiaro, a raccontare l’anima della città come luogo di convivenza tra desideri e sogni a definire le speranze che si coltivano e i sogni di ciascuno che sembrano sfumare, consumandosi in una quotidiana e persistente loro erosione.

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I fantasmi di San Berillo è anche un film sulla memoria e sul presente di una città e sulla sua faccia nascosta, aprendo a quella condivisa invisibilità che è il frutto di un patto tacito e non scritto che lega le sopravivenze dei protagonisti a quella dell’intera comunità.

La vita del quartiere si fonda e si alimenta dell’ipocrisia del quotidiano, basta sentire una delle donne sui vizi segreti deiI fantasmi di San Berillo clienti,per comprendere quale distanza ci sia tra ciò che appare e ciò che è in realtà. Il film si avvale e si arricchisce anche dei reperti visivi di archivio. Brevi filmini pornografici d’epoca confluiscono, quasi naturalmente, nella narrazione per restituire l’immaginario del passato confermando un’impressione che ci accompagna durante tutta la visione del film. San Berillo rappresenta la destabilizzazione, la ribellione al perbenismo costituito e i suoi abitanti, forse involontariamente, vestono i panni dei sovversivi rispetto alla dominante e serpeggiante ipocrisia e che queste siano le intenzioni o comunque lo siano state inconsapevolmente ce lo conferma la canzone su cui scorrono i titoli di coda Città vecchia di Fabrizio De Andrè uno che di direzioni ostinate e contrarie se ne intendeva.

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