TS+FF 2016 – Billy O’Brien racconta il suo I Am not a Serial Killer

È un personaggio divertente e pittoresco, il 46enne regista irlandese Billy O’Brien. Amabile nei modi, loquace, dall’abbigliamento sportivo e quasi adolescenziale, molto attento a cogliere gli spunti della conversazione. Il suo terzo lungometraggio, I Am not a Serial Killer, tratto dall’omonimo romanzo di Dan Wells (2009) – primo capitolo di una serie di thriller novel arrivata nel 2016 a cinque volumi – racconta la storia del sedicenne John Wayne Cleaver (un superbo Max Records), un ragazzo sociopatico e con tutti gli indicatori del serial killer. In un’anonima ed innevata cittadina del Mid-West americano, John aiuta la madre e la zia nell’obitorio di famiglia e matura un morboso interesse per l’anatomia e la dissezione dei cadaveri. Seguito da un terapeuta, il dr. Neblin (Karl Geary), John sviluppa un forte autocontrollo basato su una serie di rigide regole comportamentali per far fronte ai suoi istinti perversi. Ma ecco che l’apparente tranquillità della comunità viene minata da una serie di terribili crimini. Un autentico serial killer (il signor Crowley, interpretato da Christopher Lloyd) è entrato in azione: John si appassiona alle sue vicende e comincia un’indagine personale.

Presentato in anteprima al South by Southwest Film Festival il 13 marzo 2016 e presente anche alla XI Festa del Cinema di Roma, sezione Alice nella Città, il film mescola sapientemente tanti generi diversi, dal thriller all’horror, dalla commedia nera al romanzo di formazione – potremmo dire, di “s-formazione”, considerato il macabro gusto dei due protagonisti per organi umani, incisioni sulla pelle e budella sanguinolente.

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In fase di regia quale aspetto hai cercato di sviluppare maggiormente e come sei riuscito a legare tutto insieme? “Non ho mai amato particolarmente i generi, trovo siano delle gabbie all’interno delle quali non ci si può muovere a piacimento. Proprio per questo amo i fratelli Coen e la loro peculiare capacità di giocare con gli spettatori, di spiazzarli e di trascinarli nella storia attraverso una sapiente e continua miscela di registri, sempre condita dall’ironia”.

locandina-iam-not-a-serial-killer-2O’Brien si destreggia con lucidità e maestria tra una serie di modelli che non è difficile rinvenire nella pellicola: da Carpenter con la sua vena lovecraftiana alla poetica “mutazionista” ed epidermica di Cronenberg, dal filone dell’horror soprannaturale e della fantascienza dei Seventies al cinico sarcasmo dei Coen. “Nel film – racconta – c’è la scena ambientata nel cimitero che rappresenta l’unico momento in cui sono presenti tutti gli attori, protagonisti e non. Ecco, quella scena è la cartina di tornasole della pellicola. Avviene l’incontro-scontro tra John e Crowley e ho pensato di inserire un certo humour, sul modello di Sergio Leone, nel rinfacciarsi reciprocamente i propri crimini”. E ancora: “Ho sempre amato i film indipendenti con delle location particolari. Per me è indispensabile che alla base di un soggetto e di una sceneggiatura ci sia dello humour, meglio ancora se nero. Ecco, proprio quello che mancava in Isolation (2005). A partire da allora, ho sempre perentoriamente cestinato le sceneggiature che non contenessero spunti umoristici, le ritengo non interessanti”.
Il regista parla poi della sceneggiatura, scritta a quattro mani con Christopher Hyde, e spiega quanto nello script fosse evidente il desiderio di John di trovare dei surrogati paterni a fronte di un genitore andato via di casa e piuttosto scanzonato ed indifferente al rapporto con il figlio. “Ma questa è soltanto l’idea che sta alla base della costruzione del personaggio. Come diceva Sam Peckinpah, il 30 per cento di uno script cambia nel corso della realizzazione di un film: subentrano, poi, altri aspetti, a cominciare dalla sensibilità degli attori”. E da questo punto di vista, il confronto tra Lloyd e Records si rivela una delle armi vincenti del film. “Tra i due attori si è creata una straordinaria alchimia, Max non è stato affatto intimorito dal carisma di Chris, anzi, è riuscito ad esprimere un’intensità, anche di sguardi, che ne hanno rivelato il talento e la maturità”.
Il film ha avuto una lavorazione estremamente laboriosa e complessa: oltre sei anni. In sostanza, Records, quando è stato scelto per il ruolo di John, aveva solamente tredici anni. A riprese ultimate, ne aveva quasi diciotto: “Si può dire che sia cresciuto girando il mio film. Chris, invece, è entrato nel cast quasi alla fine, dal momento che un cameraman, suo amico, gli parlò di questo personaggio e organizzò un incontro tra di noi”.

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Si tratta di una rilettura “irlandese” della tipica comunità americana in cui, spesso, si annidano mostri dietro un’apparenza innocente? “In realtà, mi sono agganciato a tutta una tradizione di cineasti americani umoristi. Dopo tutto, nel cast tecnico, di irlandesi ne siamo tre. Si può dire che siamo tre irlandesi che hanno attraversato l’America e hanno assimilato quella cultura, trasfondendola nel film. Inizialmente, durante l’incontro con l’autore del romanzo, Wells, mi venne proposto di girare in Irlanda. Ma non ho voluto, le location americane si sono rivelate perfette e congeniali per quello che volevo rappresentare”. O’Brien si sofferma, quindi, a raccontare i dettagli dei lunghi viaggi in furgone attraverso il Canada e gli Usa orientali. Spiega come, nella realizzazione di un film, la scelta delle location sia spesso, se non vincolata, condizionata dal parere della produzione. Ma alla fine il Minnesota e la Virginia si sono rivelate un’ambientazione perfetta, l’habitat naturale dei due protagonisti.
iam-not-a-serial-killer-2Nel film si ha la sensazione che tutte le figure, per così dire, “normali” nascondano in realtà segreti inconfessabili, come la madre di John incapace di comunicare realmente con il figlio, la sorella nevrotica, il padre fantasma, l’amico obeso e un tantino nerd, l’analista che si scopre essere, forse, pedofilo. I “mostri”, al contrario, sembrano essere più autentici e sentimentalmente vivi, forse perché non temono le proprie debolezze o sanno controllare – a seconda delle necessità – i propri istinti. Si tratta di un messaggio in cui credi, al di là del romanzo e dell’adattamento? “Questo è solo un primo aspetto del libro. Ho pensato di farlo emergere nel film, con maggiore forza, all’inizio per poi spalmare ed amalgamare il tutto. La famiglia di John è il rovesciamento dell’archetipo della famiglia americana. Il resto si compone attraverso la sinergia tra tre strutture diverse: romanzo, sceneggiatura e regia. Quanto all’analista, in realtà la sua presunta natura perversa è lasciata all’interpretazione dello spettatore. Ho pensato, piuttosto, di insistere sull’aspetto atipico del trattamento terapeutico, che non avviene nel chiuso di uno studio, ma all’aperto. In questo modo il terapeuta cerca di stimolare John a tirare fuori senza paura la propria natura e a tentare di adattarsi all’ambiente circostante”.

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Il film è stato girato in pellicola 16mm per ottenere una fotografia sgranata e che restituisse l’idea di un movie degli anni Settanta. Gustosissimo, a tale proposito, l’aneddoto raccontato dal regista: “Vicino casa mia c’era un negozio di pellicole prossimo alla chiusura, così incaricai un mio collaboratore di andare ad acquistare tutto ciò che era rimasto. Ne vennero fuori metri e metri di pellicola. Li ho piazzati in garage e la cosa bizzarra è che è diventata una sorta di esposizione: vicini e conoscenti venivano a trovarmi per vederla”.

In conclusione, I Am a Serial Killer non inventa nulla. Di mostruosi conflitti interiori e di amene località scosse dall’orrore ne abbiamo visti già tanti e chissà quanti altri ne vedremo. In più, il finale può lasciare spiazzati ed apparire slegato e poco convincente. Ma la grande maestria di O’Brien nell’amalgamare gli spunti e le influenze, la bravura degli attori e la capacità di analizzare e di coinvolgere lo spettatore nelle drammatiche vicende interiori dei due protagonisti – così come nel tratteggiare tematiche come la disgregazione familiare, l’ipocrisia della comunità e la fatiscenza del sistema scolastico che non sostiene i “diversi” – lo rendono un film assolutamente godibile ed avvincente. See you soon, Billy.

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