«Un cinema di pirati» – Il Ladro di Giorni. Incontro con Riccardo Scamarcio

Riccardo Scamarcio, in occasione dell’uscita de Il Ladro di Giorni, in sala dal 6 febbraio, ci racconta in esclusiva la genesi del suo personaggio: un criminale, un pirata, ma soprattutto un padre

«Il cinema non è fatto per i ragionieri ma per i pirati». Ce lo dice Riccardo Scamarcio, durante l’incontro di presentazione de Il Ladro di Giorni, ultimo film di Guido Lombardi, visto in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. Lui è Vincenzo, un malavitoso pirata, con capelli lunghi e tatuaggi, che appena uscito di prigione va a recuperare il figlio in Trentino per partire con lui, perché «i bambini sono meglio delle pistole», e lanciarsi in un viaggio on the road da Nord a Sud in cerca di vendetta e del tesoro.

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Tratto dall’omonimo libro di Lombardi, edito da Feltrinelli nel 2019 e già soggetto vincitore del Premio Solinas nel 2007, il film si presenta come melodramma tinto di noir, nei terreni della ‘gangster story’, ma resta soprattutto, come ribadisce l’autore, un’opera che guarda al rapporto padre-figlio ed al loro processo di conoscenza e ri-conoscenza.

«Il film nasce da un fatto biografico: trae lo spunto da un giorno in cui il padre mi sembrò un estraneo. Ma a parte questo la storia è assolutamente di finzione, scritta per il piacere di inventare una storia di fantasia».

Rispetto al romanzo, che si concentra più sulle sensazioni di Salvo, la trasposizione cinematografica ha il suo focus nella figura di questo strano padre, autoritario e vendicativo, ma, sotto la superficie rozza, umano. Un lavoro con al centro lacrime e melodramma che ha attirato subito l’attenzione dell’attore, toccato personalmente dalla vicenda:

«le dinamiche che s’instaurano tra padre e figlio sono ancestrali. Ho perso mio padre poco tempo fa e quando ho letto la sceneggiatura ero fresco di questo lutto, questo lavoro mi ha aiutato a metabolizzare. Talvolta, per chi fa il cinema a livello professionale succede che i film si allineino ai tuoi stati d’animo. È stato bello mettere in luce tutto questo, anche perché è molto raro che se ne parli, soprattutto al cinema: spesso infatti c’è molto pudore tra padre e figlio, perché si è “maschietti” e ci si vergogna a mostrarsi affettuosi. È un’incomunicabilità atavica, con questi corpi che difficilmente si toccano ma che lasciano trapelare grande amore. In Italia poi è difficile fare film in cui si può piangere.»

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Padre e figlio ma non solo: la macchina che scorre attraverso l’Italia equivale per i due a una scoperta, e Vincenzo capisce che suo figlio non è solo un bambino inconsapevole ma un «alleato, un socio». Un percorso di conoscenza vissuto anche davanti alla macchina da presa dal duo formato da Riccardo Scamarcio e dal giovane esordiente Augusto Zazzaro, che si sono trovati insieme in quest’avventura, riuscendo a dar vita a questa coppia «un po’ picaresca», come li definisce Lombardi.

E c’è allora chi domanda «al cinema è difficile lavorare con animali e bambini, com’è stato il rapporto tra voi due?» E subito Scamarcio: «è vero, i ragazzi sono imprevedibili, ma questo mi piace molto, io adoro gli incidenti. Anche se lui era fin troppo diligente, era lui il ‘saggio’ tra i due. Ho cercato di insegnarli qualche trucchetto. Io sono un corsaro…».

E poi continua, ammettendo il suo carattere spigoloso ed il rapporto conflittuale creatosi con il regista, che tuttavia conferma col sorriso di essersi lasciato aiutare e consigliare da due attori con tanta esperienza come Scamarcio e Popolizio (che nel film interpreta Totò, ex-socio in affari di Vincenzo).

«Guido ha questa voce così pacata, io ho bisogno che mi si gridi “azione!” con più veemenza, poi mi spazientisco facilmente». 

Ed alla domanda, «e con Nanni Moretti (in Tre Piani, che vedremo al cinema in aprile) invece com’è andata

«Non tocchiamo quest’argomento, vi lascio immaginare…».

E ride.

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