Uomini senza qualità. Tommy Wiseau e gli altri

Chi ha avuto la fortuna di assistere, qualche sera fa, al monologo Lo ha già detto Gesù, l’ultimo spettacolo di Filippo Giardina, avrà avuto il piacere di sbattere contro uno dei suoi pezzi più acidi e sinceri. Come al suo solito, il comedian romano ha usato il palco della Sala Umberto per imbastire una spietata e dissacrante seduta psicoterapeutica di gruppo, sbattendoci (e sbattendosi in faccia) la cruda verità. Uno dei tempi più cari per Giardina (come testimoniato nelle sue esibizioni migliori) è l’ossessione di tutti noi, amplificata dal megafono social, di sentirsi importanti, predestinati a grandi cose. E’ evidente che mai come in quel momento dello spettacolo, le risate sono diventate più isteriche, come se la nostra paura peggiore non sia quella di scoprirci egocentrici ma che Giardina abbia veramente ragione: tutti noi siamo stati e saremo solo Pubblico.

Personalmente, da quando ho messo il primo pieno nel mondo degli adulti ho sempre avuto la certezza  che nel futuro sarei stato un grande scrittore. Negli ultimi dieci anni questa convinzione ha sempre fluttuato tra il sogno e il segno fatalista, in un senso di inevitabilità. Sovrastimando all’eccesso le mie capacità artistiche e immaginandomi l’arrivo di un deus ex-machina che mi avrebbe “salvato/scoperto” (una convinzione simile l’ho sempre avuta anche per la mia vita sentimentale, con risultati catastrofici), i miei anni sono sempre stati contraddistinti da questo mantra: io arriverò.  Alla soglia dei trent’anni, dopo alcuni concorsi vinti, molti altri persi e qualcuno persino rubato, dopo complimenti vaghi e occasioni dimenticate e dopo aver cullato progetti lasciati da parte per pigrizia/realismo, anche io mi sono trovato a sbattere contro il mio personale Judd Apatow.

Come ben detto nella splendida recensione di Pietro Masciullo, il momento chiave di The Disaster Artist è proprio l’atroce epifania che investe il povero Tommy Wiseau. Quel “ragazzo, il fatto di amare profondamente una cosa non significa che tu la sappia fare” sussurrato come il più paterno dei consigli, doloroso come il più infame dei colpi, è l’ultimo muro contro cui tutti noi, infantili e coraggiosi sognatori con velleità artistiche ci siamo imbattuti. Quante volte, come il povero Tommy, ci siamo trovati a pensare che il nostro piccolo soggetto fosse geniale, che il nostro cortometraggio amatoriale fosse un piccolo gioiello, che il nostro articolo pieno di citazioni e manierismi verbali fosse un pezzo imperdibile? Bombardati dalla furba e interessata ideologia dell’Uno su mille ce la fa o del Non farti cadere le braccia, confusi dalla filosofia del Conosci te stesso, i freak come Wiseau (o falsi modesti, muti, come il sottoscritto) hanno contribuito ad accrescere quel sottobosco nascosto, fatto da mitomani esaltati e veri portenti emergenti, su cui si poggiano, pachidermici ed elitari, tutti gli scintillanti establishment artistici.

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Nessuno dice che non si deve sognare, anzi, e oggi come non mai, l’esplosione di nuovi medium ha iniziato una vera e propria democratizzazione dell’Arte. Purtroppo questa rivoluzione globale ha un negativo ingombrante visto che il sonno del talento genera mostri. Tommy Wiseau, con la sua commovente presunzione, attraverso la sua fame e il suo coraggio, è la cristallizzazione di quel demone egocentrico che vive in ognuno di noi. Non arrendersi mai (all’evidenza? Alla vita? Al destino?) come si canta negli stadi di calcio di mezzo mondo è il più forte degli incoraggiamenti e arrivare a credere ciecamente al proprio progetto, a metterci dentro tutto fino al martirio mediatico (The Disaster Artist non è forse una Passione che porta Wiseau verso una grottesca santità?) è degna della più sincera ammirazione. Si sappia però che, come sa bene anche il povero Llewyn Davis, c’è sempre il rischio che, nel momento più importante della propria vita, durante l’esibizione definitiva, potrà esserci sempre un Bob Dylan pronto ad esordire subito dopo e gettarvi nell’oblio. Ne vale la pena?