VENEZIA 62 – "All the invisibile children", di Mehdi Charef, Emir Kusturica, Spike Lee, Katia Lund, Jordan & Ridley Scott, John Woo, Stefano Veneruso (Fuori Concorso)

Rendere visibili gl'invisibili. Invisibilità sociale s'intende, non quella "scientifica" che colpiva Claude Rains nel classico L'uomo invisibile del '33 di Whale. Sono sette come le spade dei guerrieri del potente wuxia di Tsui Hark. Sette sguardi che perlustrano (e a volte trafiggono) a tutto campo lo scottante calderone dell'invisibilità infantile, un fenomeno sempre più dilagante nello scenario contemporaneo. E in questo mondo del quale vorremmo dimenticare l'esistenza, ma non possiamo, non dobbiamo, perché ci saremmo potuti essere invischiati anche noi pensa ad avvicinarci la splendida prima inquadratura di Charef (romanziere che ha lavorato con Costa-Gravas) e il suo Tanza, in cui una dolce "v" formata da una duna di un deserto africano sembra accogliere fetalmente il passaggio appena percettibile di un gruppetto di ragazzini di colore. Subito dopo scopriamo, però, che non è una corsa libera nella loro terra, ma una marcia di guerra: come un elmetto che viene trascinato dalla corrente così i loro malconci fucili mitragliatori come fili invisibili trascinano questi piccoli guerriglieri a (ri)vendicare la loro condizione di profughi nella terra natìa, a farsi prigionieri della stessa violenza che li ha diseredati della loro identità. Ma quando al veterano Tanza viene affidata dal mini-capo la missione di piazzare una bomba nella scuola di un villaggio di "usurpatori", il piccolo guerrigliero dopo aver mimato la distruzione del gruppo di studenti in una foto e dell'Africa intera rappresentata su un mappamondo, avverte troppo forte il desiderio di un riscatto umano, di riprendersi la propria infanzia calpestata, la terra che non vuole più toccare tenendo sempre gli scarponi ai piedi: così dopo aver risposto alle domande scritte sulla lavagna dalla maestra, siede ad un banco dell'aula vuota, poggia i martoriati piedi finalmente scalzi sul pavimento e "si libera" definitivamente interrompendo il pungente ticchettìo della bomba ad orologeria poggiando la tempia sull'innesco.

Kusturica delude col suo Blue gipsy che si apre sulle note fracassone della musica tzigana e con un trattore impazzito che trasporta freschi sposi in una stantìa riproduzione di atmosfere e situazioni del capolavoro neo-felliniano Gatto nero, gatto bianco e prosegue seguendo la vita degli "ospiti" di un carcere minorile, tra i quali spicca il piccolo Uroš che vorrebbe iniziare il mestiere di barbiere appreso dietro le sbarre andando a lavorare per lo zio in Montenegro, ma il padre zingaro non vuole rinunciare ad uno dei suoi piccoli ladri/figli, così a Uroš non rimane che ritrovare la libertà risaltando dentro al carcere. Il "Fellini balcanico" si ricopia senza guizzi e crede che una stonata banda di giovani carcerati e un direttore di coro un po' ritardato che deve inchiodarsi con degli scarponi da sci alle assi del palco per non cadere ogni volta all'indietro in platea (come in un gag da cinema muto) sommata alla finta provocatorietà del finale, basti a fare un bel corto leggero e istruttivo. Ma non è così. Nella sua Brooklyn Lee ambienta il suo bellissimo Jesus children of America nel quale l'adolescente Blanca scopre prima dalle velenose insinuazioni delle coetanee, poi dalla rabbiosa paura fondata sull'ignoranza di una madre che teme che una sua compagna di scuola venga infettata e infine da un litigio privato dei genitori drogati, di essere sieropositiva fin dalla nascita. Lee con lacerante delicatezza solleva la garza poggiata su una delle più terribili, cieche piaghe del mondo odierno, senza falsi pietismi, senza arretrare di fronte a nulla (le incoscienti somministrazioni di "bianca" dei genitori in casa, con un esile muro a separare/occulatare la verità alla figlia, le vuote, disperate frasi d'amore della madre interpretata da Rosie Perez vomitate addosso all' "impura" Blanca, l'agghiacciante consapevolezza mortifera urlata da Blanca in faccia a quei disumani veicolatori di malattia che sono i propri cari), chiudendo magistralmente con il primo piano della protagonista che dichiara il proprio nome/malattia/condizione sociale al gruppo di giovanissimi sieropositivi che, raccontandosi, l'hanno fatta sentire inaspettamente meno sola in un mondo troppo crudele.

Katia Lund (co-regista di City of god) in Bilu e João mostra tesori e miserie dei ghetti di San Paolo: i "tesori" sono quel materiale di riciclaggio (lattine vuote, pezzi d'alluminio, fili di rame, cartone, legno, perfino chiodi) che i due "pasoliniani" bambini di strada trasportano sul carretto, attraversando la città per giungere al deposito prima che chiuda, dove verranno valutati una manciata di preziosi real. La creatività, l'arte di arrangiarsi carioca come slancio vitale per galleggiare sopra la povertà e l'abbandono fagocitanti e volare, magari a cavalcioni del proprio carretto in affitto, sopra lo squallore della città come in Miracolo a Milano di De Sica. Ridley Scott e figlia (autrice unica della sceneggiatura) in Jonathan raccontano la vera invisibilità di un bambino, perché questo non esiste piu': il fotoreporter di guerra che da il titolo al corto, ormai indurito dalle orribili visioni di cui si nutre la sua macchina fotografica, per sfuggire al suo cinismo non trova altra soluzione che rifugiarsi nel bambino che era, quando la guerra era solo un gioco e non una sconvolgente realtà. Così questa sorta di regressione al "grado zero" dell'innocenza e della purezza, l'infanzia appunto, fornisce agli Scott un'occasione magica e misteriosa per parlarci attraverso una doppia anima, anzi un'anima "sdoppiata" di come non solo i bambini ma anche gli adulti dovrebbero essere ignari di cosa significhi una guerra.

Di gran classe la confezione di Song song & Little Cat di John Woo che si affida ad un magnifico décor e a fluidi ed avvolgenti movimenti della m.d.p. per mostrarci due infelicità cinesi: quella di Song Song, bimba alto-borghese che suona il suo magnifico ed eburneo pianoforte a coda con gli occhi anneriti dal dolore mentre i genitori litigano ferocemente nella cucina all'ultima moda e quella di Little Cat, orfanella che vive in un tugurio col "nonno" (Ang Bin, attore popolarissimo in Cina, che nel film in realtà l'ha trovata in un sottopassaggio, abbandonata tra i rifiuti) e le porta la bambola gettata dal finestrino dell'auto da Song Song. Quando Little Cat perderà il nonno le rimarrà solo l'adorata bambola e lo schiavismo di venditrice di fiori assieme ad altre sventurate, ma lo sguardo delle due s'incrocierà mentre l'auto è in coda, Song Song riconoscerà la propria bambola e Little Cat le offrirà un fiore, e forse l'amoroso odore di quella rosa che si spande nella macchina impedirà alla madre di gettarsi con la lussuosa auto nel canale assieme alla figlia. Nulla invece riesce, purtroppo, ad impedire a Woo di chiudere con un'immagine "alla Mulino Bianco": il volto riflesso in un vetro del nonno che sorride all'adorabile Little Cat con melensa irrealtà. Chiude, con nostro rammarico, in sordina questo progetto italiano col corto Ciro del co-produttore napoletano di questa pellicola Stefano Veneruso, già aiuto regista dello zio Massimo Troisi per Il postino. Ma i geni a volte tradiscono e non si trasmettono, così Veneruso imbastisce un pasticciato viaggetto nella micro-criminalità minorile della sua Napoli che mal si barcamena tra Marco Risi e il Placido impegnato nel sociale di un tempo, cercando con le ombre cinesi di spiccare un volo che il pachidermico filmare gl'impedisce di attuare in mezzo a particine per Ernesto Mahieux (il bravissimo attore nano de L'imbalsamatore) e Maria Grazia Cucinotta. Meglio far concludere, allora, al celebre pensiero di Saint-Exupéry: "Tutti gli adulti sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano".