#Venezia75 – The favourite, di Yorgos Lanthimos

The favourite è l’approdo più coerente a cui potesse giungere il cinema di Yorgos Lanthimos, la trasformazione ultima del meccanismo che ha reso di culto lo sguardo del regista greco, filtrato attraverso il successo internazionale e mainstream degli ultimi due titoli, Lobster e Cervo Sacro. Quest’anno è la volta dei conigli invece, in una dimensione d’apologo bestiale che assume definitivamente una confezione extra-lusso che potremmo scambiare per quella di una serie in costume HBO: scandalo pruriginoso per il solluchero di palati intellettuali, divertissement provocatorio per l’acume del pubblico letterato, gioco scoperto di screzi progressivi all’immagine e allo spettatore addestrato a cogliere l’occhiolino d’autore.
It’s not porn it’s HBO, recitava d’altronde uno degli spot del canale tv all’epoca in cui l’emittente era quella a spingere più oltre lo steccato di quanto fosse lecito mostrare nel recinto seriale. It’s not porn it’s Lanthimos, allora? Le inquadrature disumane e geometriche (qui smussate da continui grandangoli) e la passione per la musica sacra contemporanea (con alcune innegabili vertigini per organo) sono ormai parte del brand del cineasta, ma come reagiranno i puristi della prima ora davanti a The favourite?

La filosofia del regista è stavolta immersa in un’operazione perfetta per la Hollywood millennial, non a caso governata dalla Musa alternativa della nostra generazione Emma Stone. Un racconto dell’ancella che se la spassa un mondo a dipingere la corte lasciva della Regina Anna durante l’inizio del XVIII secolo: l’Inghilterra è in guerra con i francesi ma a palazzo reale è tutto un annoiato e dispendioso feuilleton di sotterfugi, ingannucoli, strategie per ingraziarsi Sua Maestà e alleanze politico-sessuali nei corridoi, tra segreti da nascondere sotto le lenzuola, dietro le porte delle camere da letto.
La domestica Abigail tenta la scalata dalle cantine delle sguattere al talamo della regina come dama di compagnia più fidata, attraverso un campionario di leziose astuzie e cattiverie spietate: per riuscire nel suo piano, deve però giocarsela con Lady Sarah, che da tempo spadroneggia a palazzo per via di un rapporto decisamente intimo con la sovrana…

Non è paradossale che tutto questo freddo cipiglio da campione festivaliero sia quasi difficile oggi riuscire a distanziarlo dallo sguardo – altrettanto essiccato e occhialuto – di un metteur en scène della nostra serialità più “adulta”, “matura”? A furia di asciugare le sue immagini, Lanthimos è finito per disperderle tutte nell’abitudine, nella routine dell’appuntamento fisso con le grandi kermesse e i cinefili moderatamente radicali – a meno di non voler supporre un ridanciano disegno di consapevole sabotaggio dell’istituzione, alla base.
Mentre Rachel Weisz e Olivia Colman, entrambe reduci da The lobster, ingaggiano una superba gara di performance per soprusi e merletto, cipria ed isteria a mezza bocca, ci resta ogni volta più difficile associare questo immaginario al “cinema”, per quanto ne urli l’appartenenza ossessivamente, ad ogni inquadratura (i lumi di candela ecc).
Rimane il pregio di aver evitato (quasi) tutte le tentazioni postmoderne dell’esperimento, seppur questo non lo salvi dall’essere lo sforzo, se non il risultato, più inevitabilmente pop del “periodo pop” di Yorgos Lanthimos.