Vincent doit mourir, di Stéphan Castang

Una commedia nera che si trasforma in un horror sulle relazioni umane, efficace ed inquietante metafora post-pandemia. Opera prima del regista. #TFF41 Crazies

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L’esordio alla regia di Stéphan Castang è segnato da questo distopico e imprevedibile film, che parte come una specie di commedia nera e finisce con il diventare un horror delle relazioni umane, nella tragedia di uno sconvolgimento dettato da una violenza ingiustificata che travolge l’intera collettività.
Vincent (Karim Leklou) è un tranquillo lavoratore nel campo della grafica pubblicitaria, quasi un travet, nonostante il suo lavoro sia in perenne evoluzione. Un giorno senza alcun motivo viene aggredito da un giovane stagista dell’azienda, ma con ancora addosso i segni di quella furente prevaricazione, qualche giorno dopo ne subisce un’altra, altrettanto immotivata, da un collega. La cosa si ripete nel quotidiano e Vincent scopre di non essere solo a soffrire di questa sindrome che scatena l’altrui violenza. Si rifugia nella casa di campagna del padre evitando ogni contatto umano. Ma conosce Margaux (Vimala Pons) con la quale tra alti e bassi regolerà la sua vita futura.
Vincent doit mourir sa farsi efficace metafora del post pandemia, di quella stessa condizione che abbiamo vissuto e che, secondo alcuni, avrebbe reso le nostre relazioni più tranquille e improntate ad una nuova civiltà. In realtà va, invece, dato atto ai pessimisti che non solo ciò non è accaduto, come cronaca grande e piccola dimostrano, ma se si vuole i rapporti sono perfino peggiorati e il mondo è tutt’altro che più buono.
Il film di Castang si fa portatore di queste istanze e in una lettura assolutamente piana del racconto, altro non mostra che una sorta di profondo baratro nel quale ci si è ficcati, senza senso e senza motivo, e dal quale non vi sono ricette sociologiche per uscire, proprio perché al fondamento, non vi è alcuna ragione, alcuna razionalità che giustifichi l’aggressività che si scatena da sola e senza motivi, come accade al povero Vincent in questo sua progressivamente orrorifica vicenda.

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Così Vincent doit mourir diventa perfino scomodo, nel suo riflettere una condizione umana che ci appartiene, ma è anche vero che ancora una volta un film come questo, che vira verso quella deriva horror quasi da cinema degli zombie, facendosi interprete di un reale quasi invisibile, ma leggibile da occhi e udibile da orecchie attente, diventa anche cinema politico, in quella stessa misura in cui anni addietro il geniale Carpenter con Essi vivono ci aveva fatto intravedere con anni di anticipo ciò che le nostre società sarebbero diventate.
Castang, dunque, opera sulla contingenza dei nostri tempi e pervadendo il loro senso profondo, firma un film che sa inquietare, insospettire e che diventa cartina di tornasole di una condizione che sembra essersi ormai radicata in quelle quasi inavvertibili piccole violenze quotidiane che si scatenano, improvvise e ingiustificate, a segnare di sangue la nostra quotidianità. Non resta che veleggiare verso la solitudine non più per raggiungere l’utopia, come suggeriva Ferreri, ma per salvarsi la vita.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
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