ZEBRA CROSSING. Intervista esclusiva a DAITO MANABE

Lo scorso 18 luglio, presso BASE a Milano, l’associazione “Meet the Media Guru” ha fatto conoscere ai molti presenti il digital guru giapponese Daito Manabe.

Nato nel 1976 a Tokyo, da genitori musicisti, Manabe è un personaggio interessante per molteplici ragioni, come molteplici sono i suoi campi di azione. Uno dei suoi più recenti successi è l’essere stato tra i designer artefici della presentazione di Tokyo 2020 alla cerimonia di chiusura dei giochi di Rio nel 2016. In questo breve lasso di tempo di circa 10 minuti vedemmo già uno straordinario, sapiente, intelligente uso della realtà aumentata, che permise a Mario Bros di entrare in tubo idraulico a Tokyo per uscirne in mezzo al Maracanà nelle vesti del primo ministro Abe (o era il contrario?). Mostrando le potenzialità che il Giappone sta mettendo in opera per stupire nuovamente il mondo, e proiettarlo definitivamente nel 21° secolo.

In occasione della serata organizzata da Meet the Media Guru in onore di Daito Manabe, abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo ed egli ci ha ripagato dando di sé un’idea splendidamente eterea. Ecco il VIDEO del nostro incontro con il guru:

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Laddove durante la serata egli giustamente ha dovuto essere molto concreto nella presentazione dei vari lavori creati dal suo studio Rhizomatiks, lavori che toccano appunto campi diversi, dalla moda (Nike e D&G – si veda l’inizio del video) alla musica (Bjork, le Perfume, gli OK Go) alla ricerca pura (i suoi studi sul cervello, o gli esperimenti sulla elettro-stimolazione facciale), durante l’intervista abbiamo avuto il piacere di essere testimoni delle astrazioni, dei dubbi, delle fantasie e dei percorsi a volte solo accennati e mai esplorati da Daito.

Parlando Daito ci ha donato potenti gemme techno-zen, tra cui il suo non essere interessato particolarmente alle immagini, ma di usarle solo come uno dei tanti mezzi possibili per comunicare. In quel momento abbiamo sentito un piccolo brivido da tempo atteso, come un definitivo superamento del novecentesco cinema. Senza fare cinema Manabe diventa così portatore sano di cinema. Sembra essere interessato al cinema non come noioso riproduttore di storie, quanto atto mentale che noi umani necessitiamo nell’unire frammenti per creare un tutto. Si capisce allora come il suo lavoro sia costantemente una ridiscussione di ingranaggi sistemici, volta a eventualmente deviarli verso altre più puntuali direzioni, azione questa che facilmente lo proietta verso il futuro del 2020.