ZEBRA CROSSING. La megastruttura di Bob Wilson

Il regista teatrale Bob Wilson si racconta a Milano per i suoi 80 anni, parlando di una carriera fatta di importanti intuizioni, incontri, eventi e la sfida di ristrutturare i classici

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Io strutturo e ristrutturo costantemente tutto ciò che vedo e che sento”.

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Possiamo partire anche da questa sola frase per capire il senso della conferenza e soprattutto dell’opera omnia di Bob Wilson, celebrato da Meet The Media Guru per i suoi 80 anni presso lo Spazio Meet di Porta Venezia a Milano. Il famoso artista si è prestato, anche timidamente, ad una lezione a braccio in fronte ad una emozionata platea. Lezione iniziata pure con uno dei suoi celebri silenzi di ben tre minuti che, per un popolo così abituato al chiasso come il nostro, sono forse sembrati infiniti.

Nato a Waco in Texas nel 1941, Wilson racconta come già da bambino si divertiva a trovare nuove forme d’ordine per piatti e bicchieri in cucina. Da qui il bisogno di ristrutturare le strutture che via via la sua vita di studente di architettura a New York gli avrebbe presentato. La forza di Wilson è sempre stata però quell’eclettismo mai domo né autoreferenziale che lo ha portato a toccare ambiti diversi per poi unirli nella grande forma “teatro”. Per questo cita subito la figura della ballerina Martha Graham di cui segue già negli anni 60 lezioni di ballo e coreografia. Grazie a lei Wilson capisce l’importanza del gesto e del ritmo che tanto avrebbe usato successivamente. “Non fare passare gli anni!” o “Dalle domande imparo sempre qualcosa” gli ripeteva la famosa ballerina autodidatta. Come dei mantra, questi insegnamenti sono sempre rimasti nella testa di Wilson.

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Chiaro quindi come il suo eclettismo derivi sia dalla vita stessa che dalla grande capacità di unire sacro e profano, cultura e strada. Eclettismo alimentato anche dal mettersi sempre in discussione, senza paura di sbagliare. “Si impara a camminare cadendo all’inizio. Fate cose, perché se 9 volte su 10 vanno male, poi c’è quella volta che va bene” ripete Wilson, artefice del suo successo anche grazie a episodi fortuiti, accaduti fuori dal contesto accademico. Come quando racconta del giovane afroamericano sordomuto Raymond Andrews, salvato dalle manganellate di un poliziotto nel New Jersey alla fine degli anni 60. “Io sono un cittadino responsabile e voglio sapere perché stai picchiando questo ragazzino!” disse Wilson al poliziotto fermandolo. L’amicizia che poi nacque col piccolo Raymond diventò poi adozione e permise a Wilson di scoprire la possibilità di usare i gesti per raccontare ed esprimersi.

La vita ha responsabilizzato Bob Wilson, che però è sempre stato capace di sublimare il vissuto per trovare le forme adatte a raccontarlo e raccontarsi. Grazie alla conoscenza della dimensione della disabilità del piccolo Raymond, l’artista iniziò sempre più ad avvicinarsi a quel linguaggio che di fatto faceva a meno del testo scritto, delle parole e anzi usava il silenzio. Per Raymond il regista crea l’opera Deafman Glance, un lavoro dedicato al silenzio, alla impossibilità di usare le parole che non toglie però la enorme voglia di comunicare. “Cinque mesi e mezzo di repliche a Parigi davanti a 2500 spettatori ogni sera”. Il grande successo (lodato anche da Louis Aragon) non illude Wilson che anzi inizia ad interrogarsi sul silenzio, ad usare il silenzio da quel momento in poi per iniziare sempre tutti i suoi spettacoli. Dal silenzio e dall’uso degli occhi per capire la realtà Wilson trae l’intuizione di approfondire la concezione visiva di teatro. “Bruciate le scuole che pretendono di insegnarvi a vedere! Usate i vostri occhi!” tuona l’americano durante la conferenza. Da quel momento e grazie a quel successo Wilson avrebbe dato sempre priorità all’occhio.

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Capace di autoironia, Wilson ammette che, se il teatro “non gli piaceva”, amava però la danza, i ballerini, e spiega come le sue prime opere siano collegate alla danza, in quanto “costruite visivamente”. Vedendo gli spettacoli di Broadway Wilson capiva cosa non gli piacesse: la distrazione continua percepita durante gli show, l’assenza di tempo per riflettere su ciò che vedeva. “Era tutto troppo veloce, mi distraevo costantemente” afferma il regista. Questa consapevolezza però lo aiuta a lavorare in negazione, partendo da ciò che non avrebbe mai voluto fare. Per poi concentrarsi sul pubblico, tentare di capire chi fossero quelle persone che venivano a vedere gli spettacoli. “Iniziai quindi a lavorare sulle situazioni, quelle situazioni sul palco in cui le persone potevano e dovevano essere sé stesse”. In questo modo Wilson crea un rapporto col pubblico migliore di quello da lui subìto durante le sue infelici esperienze di spettatore.

Partendo da premesse simili, che già si possono riscontrare negli spettacoli degli anni 70, dallo Stalin del 1973 all’Einstein on the beach del 1976, diventa importante la riflessione sulla struttura, vero cuore della conferenza. 
Il regista racconta che durante gli studi di architettura al Pratt Institute di NYC seguì le lezioni di Sybil Moholy Nagi, la quale un giorno diede il compito di pensare e disegnare una città in 3 minuti di orologio. “Bisognava pensare in un modo completamente diverso”. Wilson disegna una mela con un cubo di cristallo nel centro: “è la mia pianificazione di una città”.

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Questa sintesi fu illuminante per l’americano. Iniziò a focalizzare la struttura interna degli “oggetti” che gli si presentavano via via nella vita, da una città ad un testo classico. Questa idea di sintesi, chiamata da Wilson “megastruttura”, successivamente lo aiuta ad affrontare lo sforzo intellettuale e produttivo di spettacoli-fiume come il citato Stalin da dodici ore, in cui tutti i sette atti si legano tra essi e passano in forma di spirale dentro l’atto 4 che ne è il cuore. Un esempio che vale per tutti gli spettacoli di Wilson.

Wilson aggiunge anche un punto nodale per la sua produzione artistica. Forte delle lezioni dell’architetto Louis Kahn sulla luce, per il quale prima di iniziare a costruire qualcosa si deve sempre iniziare da questa, Wilson iniziò a strutturare gli spettacoli partendo prima dalla luce per poi ragionare sul resto. “La luce crea lo spazio, è la misura di ogni oggetto”, ed è chiara quindi l’importanza di illuminare anche il pubblico per renderlo partecipe dello spettacolo.

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Megastruttura e luce come fondamenta su cui edificare, da bravo architetto, i suoi spettacoli-fiume. “Riesco a pensare, raffigurare e dirvi di cosa tratta Einstein on the beach in meno di tre minuti”. Solo dopo aver concepito la megastruttura si può iniziare a compilare “la lista”, come la chiama Wilson, cioè l’uso degli strumenti che ci servono, dal silenzio al caos, per esprimere il nostro pensiero.

Tutto il suo lavoro è sempre stato visto come avanguardia, ma alla fine della lezione è lo stesso regista a dire che esso non è altro che la ripresa della tradizione dei classici, per strutturarla e ristrutturarla, illuminandone i punti salienti e cogliendone il cuore di cristallo. “La forma è classica”. Questo è valso per il King Lear di Shakespeare o per il Faust di Goethe. “I giovani di ogni generazione devono sempre riscoprire i classici”.
Proprio il Faust di Goethe fu presentato a Berlino nel 2015. L’opera era frutto di un lungo lavoro di avvicinamento durato vent’anni e scandagliato da tappe intermedie sempre legate al personaggio di Faust (si pensi al “Gertrude Stein’s Doctor Faustus Lights the Lights” per l’Hebbel Theatre di Berlino del 1992). Wilson ricorda come l’aiuto di quattro drammaturghi tedeschi, atti a spiegargli questo caposaldo della cultura tedesca, anziché facilitarlo lo confondeva sempre di più. Finalmente nella sua testa cliccò qualcosa: “come il pulsante di una radio”, e fu grazie alla sua capacità di concepire la “megastruttura” che Wilson riuscì a vedere il semplice concetto.
1 is 2 and 2 is 1” dice Wilson. “Abbiamo due mani ma un solo corpo”, così come il Faust ha due personaggi (Faust e Mefisto) ma essi sono la stessa persona. “Questa semplice idea mi permise di entrare nel testo”. Capire il cuore pulsante diventa fondamentale per affrontare le lunghe costruzioni. Non si dimentichi l’amore ricordato dallo stesso regista per Wagner e la solidità delle diciassette ore di musica dell’’Anello del Nibelungo.

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Se avessi saputo cosa dire stasera mi sarei bloccato. Invece ho portato il mio solito libro bianco su cui scrivere mentre sto vivendo. Questo è il mio modo di lavorare. Si deve osservare la vita e non imitarla in sala prove”. A fine lezione ci pare emerga molto come il teatro di Wilson sia spettacolo, ma sempre a dare qualcosa oltre il testo a monte, mai pedissequamente re-citando tale testo, sempre con una sana voglia di sperimentare. Ne abbiamo avuto riprova anche rivedendo con molta nostalgia i due capolavori proiettati dallo Spazio Meet: “Hamlet: a monologue” e “Krapp’s last tape”. In essi il concetto illuminante è sempre mirabilmente illuminato; il movimento è sempre sintesi; il silenzio è sempre molto più importante delle parole per come le conosciamo.
L’uso del testo classico scelto dal regista americano è sempre fatto come se esso fosse solo un oggetto scenico. Utile a dare un’esperienza molto oltre il testo stesso.

Questo il video della conferenza:

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