ZEBRA CROSSING. Piano City 2018: la colonna sonora della città invisibile

La manifestazione Piano City raggiunge il 7° anno confermandosi come appuntamento imperdibile nel panorama culturale milanese. Si registra una crescita costante verso i centomila spettatori per questa edizione 2018, con 470 concerti in totale. L’idea di Andreas Kern di riempire le case di Berlino di concerti, idea poi portata da Ludovico Einaudi in Italia, si è adattata alla location milanese, riempendo la città di pianoforti per farli suonare a tutte le ore del giorno e della notte, gratis. Il Comune di Milano dà la sua piena collaborazione concedendo spazi senza far pagare l’occupazione di suolo pubblico. In questo modo tutto viene investito nella selezione dei pianisti e nei diritti SIAE, rendendo possibile anche sperimentare, e non solo cercare l’effetto scenico che può dare una sonata di Beethoven dentro il cortile di Brera. Noi di Zebra possiamo dire che tutto regge benissimo, nonostante la pioggia di maggio e grazie all’amore del pubblico. Ma il punto ovviamente è un altro.

Con Piano City la musica arreda la città. Si percepisce un vero e proprio movimento di adattamento allo spazio dato. Si compie un viaggio dall’oggetto pianoforte (oggetto che, in un’ottica di design, dentro il proprio spazio sta bene sia silente che suonante) allo spazio che il pianoforte arreda, qualunque spazio sia, all’aria in cui si propaga librandosi, al cielo che si riscopre musicale, alle strade, ai palazzi, ai parchi. Parlare di qualità della musica diventa effimero quando si vede un’alba nascere su una piscina in cui galleggia una piattaforma su cui suona il pianista Andrea Vizzini, silente ma amplificato da un sistema a cuffie wireless ad alta potenza. Immediatamente viene in mente moltissimo cinema, da Antonioni a Blake Edwards eccetera, e capiamo che il cinema senza il cinema è più forte del cinema stesso.

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Perché avviene ciò? Forse perché prima (prima del digitale, durante il ‘900) il cinema era talmente forte da impregnare sia il proprio tempo che il futuro? In modo tale che oggi il presente risulti così potentemente privo di cinema ma capace di ritrovarlo in altri luoghi e modi? È un’ipotesi a cui non sappiamo rispondere, ci limitiamo a usare i nostri occhi come strumenti di Cinema o di ricerca di esso. Sappiamo che ridare una scena simile “per finta” ne farebbe perdere l’energia.

Tutto ciò ci allontana, e meno male, dalla usuale critica su una tendenza milanese allo stampo fieristico. È vero, pare di essere al Fuorisalone, c’è troppo da vedere (o sentire) e poco tempo, ma questa confusione è vivifica al punto da essere felici già solo di muoversi da una casa all’altra, da un cortile all’altro, in cui entrare in punta di piedi, per essere accolti da tappeti sonori talmente densi da farci sentire amati.

 

Poi grazie al cielo le scoperte! Non possiamo dire di aver sentito solo beltà musicali, ma possiamo dire come già solo Marino Formenti che suona e vive per una settimana dentro a una vetrina della Santeria, e che riesce lo stesso a raggiungere vertici assoluti di poesia musicale, è un piacere così alto da valere tutto il weekend.

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Oppure il giovane e sensazionale Vitor Araujo da Recife, che ci affascina alle 2 di notte, dopo aver troppo sentito e camminato, al punto che non ci saremmo più aspettati di avere una tale illuminazione. Invece il ragazzo brasiliano è un esempio esatto di ciò che il pianoforte è veramente, specie di macchina del suono che sapienti mani possono attivare come fosse un computer (allora che differenza c’è tra suonare un pianoforte e fare un montaggio audiovisivo?). Abbiamo visto Araujo non solo dare colore infinito a suoni lievissimi (e la Palazzina Liberty – già tempio di teatrali battaglie – riviveva, diventando veramente un’astronave per mondi sconosciuti) ma anche usare la macchina pianoforte per andare oltre il suono, usarlo come fossero conga e scoprire zone inesplorate della sperimentazione sonora tramite la sua unione con radio frequenze cercate in diretta.

Allora Piano City è un film che si dipana per le molte location, in cui ognuno dei 400 e passa pianisti diventa regista del suo piccolo film, capace di coinvolgere i suoi spettatori nella magica invisibilità di note che diventano immagini nei loro occhi.

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