3.15.20 – L’afrofuturismo targato Childish Gambino

Se Atlanta era stata definita da Donald Glover come «una Twin Peaks coi rapper, la fine dello storytelling», la sua nuova fatica musicale potrebbe tranquillamente aspirare a vero punto di svolta del concetto di storylistening.

Nel marketing post Seth Godin l’azione di narrare una storia deve, per necessità, fare un passo indietro. E contemplare in anticipo le esigenze del futuro ascoltatore.

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È un cambio di paradigma non di poco conto, di cui Donald Glover AKA Childish Gambino sembra essersi accorto già da tempo.
Il rapper tuttofare la gente la sa ascoltare (e soprattutto raccontare), e ciò che ne viene fuori dai lavori degli ultimi anni è un suono che si dipana verso generi quanto mai distanti, che elegge il contrasto a sola grammatica per descrivere questi tempi.

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Non è allora un caso se la giustapposizione delle quattro copertine di 3.15.20 rappresenta proprio una città in fiamme, con la gente in strada in preda al panico per l’imminente apocalisse.
La società borghese è sempre più cieca ed il mondo sempre più vicino alle profezie di Saramago.  
O a quelle di Gambino. L’afrofuturismo alla Shabaka Hutchings, fatto di cosmo(a)gonie e di tube pronte ad annunciare l’imminente fine, suona sempre più come un monito rimasto inascoltato.
Che sia l’animismo la vera dottrina da seguire, finita l’emergenza Coronavirus?


3.15.20 arriva all’improvviso, come i colpi di pistola in Guava Island (di cui parliamo nella #OM del n.3 di SentieriSelvaggi21st) o nel videoclip di This is America.

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I featuring sono parecchi (da Ariana Grande a 21 Savage) e l’orgoglio blackness tutt’altro che sopito.
La strada intrapresa è quella già tracciata con Awaken, My Love!, l’afflato politico è il medesimo che caratterizza l’intera opera di Donald Glover come musicista/cineasta.

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Ci sono però delle parole chiave da tenere in considerazione in 3.15.20, il che è già di per sé un paradosso per un disco in cui i titoli delle tracce vengono quasi tutti aboliti.
La prima keyword è «non-tracciabilità». E viene trasmessa da un muro di suono che mescola la matrice hip-hop vecchia scuola degli scratch su cassa a 4/4 con elementi dance, techno, trance; insomma di ispirazione chiaramente più elettronica.
Ma 3.15.20 è un progetto non-tracciabile anche per genesi e distribuzione dell’opera. In tempi non sospetti l’album usciva – per qualche ora e con differenze peculiari rispetto alla versione attuale – su donaldgroverpresents.com.
Poi all’improvviso il silenzio, fino all’uscita su tutti i digital store dell’LP con il titolo definitivo.
Siamo in piena riscrittura delle dinamiche di awareness legate alla vendita di un prodotto.
Il concetto di musica live straborda anche in rete, dove d’improvviso più nulla può essere definitivamente tracciato. Anche lo streaming va consumato alla svelta, quasi fosse un happening, poiché superata quella rappresentazione nessuno potrà più avere memoria di quanto visto e ascoltato.


Ed allora eccoci di fronte alla seconda parola chiave alla base di 3.15.20: «Experience». Sì, perché  è nel momento del lancio ufficiale del disco che l’intera operazione assume dimensioni quasi metafisiche.
Assieme alla versione «ufficiale», sempre su donaldgroverpresents.com esce una nuova edizione dell’album che parte in automatico una volta raggiunto il sito. È un traccione unico, una vera e propria edizione concept da ascoltare dall’inizio alla fine senza la possibilità di stoppare, mandare avanti o indietro. La presa di posizione nei confronti della musica mordi e fuggi, della bulimia di contenuti, è sfacciata (Algorhythm definisce subito la direzione dell’intero percorso…)
Stavolta non puoi far altro che subire le regole del gioco ed ascoltare cosa c’è di nuovo, abbandonarti all’esperienza.
It Feels like Summer.

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