Allonsanfàn, di Paolo e Vittorio Taviani

Il lavoro dei fratelli Taviani, negli anni, ci ha abituato ad un continua riflessione sulla Storia e i loro film hanno curato – con alterni esiti – quella continuità temporale alla quale essi stessi tenevano tanto, riversando nel presente gli identici cicli del passato attraversati da una identica passione o da un uguale e magari frastornato rapporto con la contemporaneità. Nascono così opere decisive come La notte di San Lorenzo, ma anche altre che hanno avuto come sfondo fatti storici di rilievo (San Michele aveva un gallo, Fiorile, La masseria delle allodole) in cui il racconto d’epoca si faceva materia del presente. Anche Allonsanfàn, del 1974, intesse le sue trame sullo scenario storico di quella restaurazione politica che dal 1815 all’incirca, fino al 1830, successivamente agli sconvolgimenti della rivoluzione francese e alla ascesa e caduta di Napoleone, ha indirizzato gli equilibri politici in Europa compresa la frantumata penisola italiana. In questo clima di ritorno al passato, di riflusso delle idee, si potrebbe dire oggi, il rivoluzionario Fulvio Imbriani (Marcello Mastroianni), già ufficiale di Napoleone e giacobino e soprattutto appartenente alla setta rivoluzionaria dei Fratelli Sublimi, comincia ad avere serie perplessità sulla efficacia della lotta politica e della rivoluzione, riassapora i piaceri di una vita ritirata nella sua ricca casa d’origine, contornato, come dice lui, da persone che gli vogliono bene. La svogliata partecipazione all’impresa verso il sud, sarà il suggello alla sua vita e al tramonto definitivo di ogni speranza.
I Taviani, come confermano le loro dichiarazioni, girarono il film poiché preoccupati dall’atmosfera di restaurazione che già nel 1974 si respirava, dopo i fasti rivoluzionari del 1968. Non vi è dubbio che la loro analisi dello stato delle cose fosse anticipata, poiché solo nel decennio successivo il tema sarebbe diventato attuale. Il rischioso, per i tempi, Allonsanfàn si pone quindi, con la sua spietata efficacia, come un segnale fortemente anticipatorie di umori e malumori che avrebbero investito la società non solo italiana, alcuni anni dopo.
È impossibile scindere la vicenda di Imbriani dalla volontà politica di ripristinare poteri e privilegi. L’idea del buon ritiro diventa il germe che quella politica ha disseminato, cosicché affinché il tradimento sia completo e non solo legato al diniego delle idee, Fulvio passa alla pratica e pur di raggiungere il suo scopo arriva ad uccidere lo sprovveduto e devoto Lionello (Claudio Cassinelli), ingannando la sua buona fede di utopista. Fulvio Imbriani con il tradimento dei propri ideali e il revisionismo della propria vita – fatto salvo il sussulto finale di uno sfacciato opportunismo – diventa quindi un personaggio che sarebbe stato drammaticamente attuale di li a pochi anni e consuetudinario nei nostri tempi. La mutazione della sua coscienza si riflette non solo nel rapporto con i propri ex compagni di avventure e di pensiero, ma anche con le donne. Il distacco dalla pasionaria Charlotte, una luminosa Lea Massari, che sfida ogni rischio per andare a trovarlo, è un atteggiamento sintomatico di quel progressivo rinnegare ogni legame con il passato, di quel rinchiudersi nella ovattata atmosfera della sua bella casa patrizia. Non mutano le cose con Francesca (Mimsy Farmer) già donna di Lionello e poi concupita con ingannevoli dichiarazioni d’amore da un ormai scaltro Imbriani divenuto un personaggio privo di scrupoli. È per questa ragione che l’astuto Fulvio ormai sa muoversi bene tra i sopiti sensi di colpa e il desiderio di tranquillità. I Taviani dopo l’incipit ce lo avevano presentano come un novello Ulisse, l’astuto per eccellenza, che arriva all’approdo in casa sotto le mentite spoglie di un monaco amico di Fulvio. È una felpata e arguta citazione del poema omerico richiamato sia dall’episodio del cane e sia della insinuante inquadratura della domestica che sembra vestirsi dei panni di Euriclea l’unica che riconobbe Ulisse al suo arrivo. Sono i tratti di una narrazione che si alimenta dalla tradizione, che assume il mito come segno di una complessità comprensibile, quello stesso tratto che il cinema dei fratelli Taviani, in tutti questi anni ha sempre cercato, colpendo più volte il centro del bersaglio.

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I fratelli Taviani sono stati a loro modo iniziatori di un cinema oggi sparito dagli schermi che anche cromaticamente sembra prendere le mosse dal melodramma italiano, attraverso una dettagliata, complessa ed efficace messa in scena. Una rappresentazione che partendo, come sempre, da un’idea di cinema fortemente popolare (anche Luigi Magni praticava nella stessa concezione un cinema simile) che forse più di ogni altro aveva il potere di reimmaginare l’immaginario popolare, facendosi astrazione di quella stessa nostra cultura tradizionale che serpeggia da nord a sud. I Taviani hanno sempre provato ad amalgamare questo senso forte delle tradizioni, ricostruendo, a loro volta, un ideale unico tratto che unisca l’intero Paese. In questo senso vanno lette le filastrocche e le danze quasi tribali, così anche le canzoni popolari e non importa se più o meno coeve ai tempi, qui L’uva fogarina, intonata da Ester, la torva Laura Betti. Il loro cinema e anche questo film, si colorano di una specie di appena accennata magia che si insinua nelle vite dei personaggi di contorno che sembra fare da sostrato alle vicende e restituire quell’aura di tradizione pienamente italiana a questo cinema che per questo è, non solo apparentemente, così personale.
Ne deriva che il film diventa anche sintesi magistrale di quel residuo d’utopia che la rivoluzione francese aveva lasciato e depone in questo senso anche il nome di un personaggio, giovane adepto alla setta che con le idee di quel passato guarda al futuro. Un’opera dunque complessa che per nulla indica un arretramento delle posizioni che i due autori avevano sempre assunto con il loro cinema, equivoco in cui si cadde negli anni della sua uscita in sala. Al contrario i Taviani, lasciando al volto popolare e pragmaticamente quotidiano di un indimenticato Bruno Cirino che da corpo e voce a Tito leader dei Fratelli Sublimi, le riflessioni sull’utopia della rivoluzione, ne perpetuano il loro pensiero riflettendo però, al contempo, sulla sua irraggiungibilità.

Regia: Paolo e Vittorio Taviani
Interpreti: Marcello Mastroianni, Bruno Cirino, Laura Betti, Lea Massari, Claudio Cassinelli, Renato De Carmine, Mimsy Farmer
Durata: 100’
Origine: Italia, 1974
Genere: Storico/Drammatico