American Sniper, di Clint Eastwood

Se American Sniper fosse un film di Clint Eastwood di dieci anni fa, probabilmente dovremmo attendere un secondo film, sul cecchino Mustafa, il siriano che partecipò alle Olimpiadi e che a lungo fu il rivale del protagonista del film, il cecchino americano Chris Kyle. Perché la guerra è sempre questione di “punti di vista”, esattamente come il cinema. E allora come Lettere da Iwo Jima fu il contraltare, il controcampo di Flags of Hour Fathers, un film sul cecchino Mustafa restituirebbe agli iracheni quella dignità che Eastwood riconobbe ai soldati giapponesi della Seconda Guerra Mondiale.

 

Probabilmente, però, questo film su Mustafa non si farà. Perché Eastwood è cambiato? Perché la guerra è cambiata? Perché il cinema è cambiato? Chi lo sa…

 

Certo è che mai come in questo film di Eastwood sembra emergere con forza l’urgenza del fuoricampo, delle storie che non riusciamo a vedere fino in fondo. Non vediamo, se non per un lampo, il reduce di guerra psicopatico che ucciderà “la leggenda”, non sentiamo pronunciare una frase al cecchino Mustafa, che pure era un rivale che giocava ad “armi pari” con il cecchino americano, non vediamo nulla, infine, nella magnifica scena della tempesta di sabbia…

 

Cosa vediamo? Vediamo un uomo americano, costipato dentro un credo antico Dio-Patria-Famiglia, che nell’inganno della visione dell’11/9 decide di costruire la sua storia di “protettore”, innescatagli da ragazzo dal padre. Chris Kyle ha un dono, una mira straordinaria, che mette a disposizione per salvare i suoi commilitoni nella guerra in Iraq. E ne salva, di ragazzi, ma quelli che gli restano in mente sono quelli che non riesce a salvare. 4 Missioni, in quattro anni, e Kyle diviene prima una statistica (255 morti attribuite di cui 160 confermate dal Pentagono), poi una leggenda, su cui pende anche una taglia irachena. Si trova coinvolto in decine di situazioni pericolose ma ne ricava tutt’al più solo leggere ferite. E così American Sniper dipana la sua trama, dalle pagine del libro omonimo scritto da Chris Kyle, Scott Mc Ewen e Jim DeFelice, nella sceneggiatura di Jason Hall, alternando il fronte con la vita familiare di Kyle, con il sempre più difficile rapporto con la moglie Taya, che vede il suo compagno sempre più ossessionato dalla guerra, missione dopo missione.

 

Insomma questa storia, che in origine doveva dirigere Spielberg (e chissà che ritratto ne avrebbe dipinto il cineasta di Cincinnati…), e che poi è finita nelle mani di Eastwood, dopo la morte, improvvisa quanto tragica, dell’eroe protagonista, Eastwood cerca di impregnarla dei suoi “valori forti”, che hanno quasi sempre creato dei personaggi integrati ma contemporaneamente antagonisti con il “sistema”, ma qui si ritrova con una “leggenda” tutta dentro al sistema della guerra, e con uno sceneggiatore che voleva dimostrare che, in fondo, anche “la guerra è umana”.  

 

Messo al centro dello schermo il corpo gonfiato di un Bradley Cooper quasi perfetto nel suo rappresentare questo personaggio “tutto d’un pezzo”, con poche sfaccettature che ne mettono già in crisi la sua gamma interpretativa, Eastwood gioca in un territorio visuale dove, prima di lui, hanno fatto faville Brian De Palma (Redacted) e Katrhyrn Bigelow (The Hurt Looker), mostrando, per una volta, di non volere un nuovo punto di vista su quella Guerra (che non mette mai in discussione), ma anzi quasi di volere lavorare su un materiale appositamente “già visto” per poter meglio concentrare lo sguardo sul corpo del protagonista. Corpo che appare indistruttibile e legnoso, ma che trova il suo “centro di gravità” nell’attimo dello sparo, dove l’occhio conta più del corpo.

 

Ecco, l’occhio conta più del corpo. Sembra essere qui il crinale dove Eastwood sa mostrare il suo cinema di sempre: ovvero quello del momento in cui diventiamo qualcos’altro da noi stessi, in cui viene fuori una sorta di “altro da sé”. Kyle la manifesta dietro al mirino del suo fucile, dove trasforma la sua “normal life” in una sorta di Angelo Salvatore…

 

E in questa “crisi della visione” che l’ultimo Eastwood sembra, forse involontariamente, raccontare, ecco che la tempesta di sabbia diventa la “magnifica ossessione” del cinema resistente di oggi: per Eastwood è il momento della “fine della visione”, non c’è più occhio di cecchino che tenga dentro il vortice della sabbia, mentre per il Russell Crowe di The Water Diviner, anche lì, la tempesta è il momento della “salvezza”, dove il protagonista raccoglie e protegge i suoi figli (prima di mandarli a morire in guerra..).

 

Salvezza, protezione, smarrimento della visione. Il cinema di Clint Eastwood pare raccontarci ancora qualcosa di più di quello che sembra, apparentemente, mostrare. In attesa della storia del cecchino Mustafa…

 

Titolo Originale: id.

Regia: Clint Eastwood

Interpreti: Bradley Cooper, Sienna Miller, Kyle Gallner, Luke Grimes

Origine: Usa, 2014

Distribuzione: Warner Bros.

Durata: 134'

 

American Sniper, di Clint Eastwood

Se American Sniper fosse un film di Clint Eastwood di dieci anni fa, probabilmente dovremmo attendere un secondo film, sul cecchino Mustafa, il siriano che partecipò alle Olimpiadi e che a lungo fu il rivale del protagonista del film, il cecchino americano Chris Kyle. Perché la guerra è sempre questione di “punti di vista”, esattamente come il cinema. E allora come Lettere da Iwo Jima fu il contraltare, il controcampo di Flags of Hour Fathers, un film sul cecchino Mustafa restituirebbe agli iracheni quella dignità che Eastwood riconobbe ai soldati giapponesi della Seconda Guerra Mondiale.

 

Probabilmente, però, questo film su Mustafa non si farà. Perché Eastwood è cambiato? Perché la guerra è cambiata? Perché il cinema è cambiato? Chi lo sa…

 

Certo è che mai come in questo film di Eastwood sembra emergere con forza l’urgenza del fuoricampo, delle storie che non riusciamo a vedere fino in fondo. Non vediamo, se non per un lampo, il reduce di guerra psicopatico che ucciderà “la leggenda”, non sentiamo pronunciare una frase al cecchino Mustafa, che pure era un rivale che giocava ad “armi pari” con il cecchino americano, non vediamo nulla, infine, nella magnifica scena della tempesta di sabbia…

 

Cosa vediamo? Vediamo un uomo americano, costipato dentro un credo antico Dio-Patria-Famiglia, che nell’inganno della visione dell’11/9 decide di costruire la sua storia di “protettore”, innescatagli da ragazzo dal padre. Chris Kyle ha un dono, una mira straordinaria, che mette a disposizione per salvare i suoi commilitoni nella guerra in Iraq. E ne salva, di ragazzi, ma quelli che gli restano in mente sono quelli che non riesce a salvare. 4 Missioni, in quattro anni, e Kyle diviene prima una statistica (255 morti attribuite di cui 160 confermate dal Pentagono), poi una leggenda, su cui pende anche una taglia irachena. Si trova coinvolto in decine di situazioni pericolose ma ne ricava tutt’al più solo leggere ferite. E così American Sniper dipana la sua trama, dalle pagine del libro omonimo scritto da Chris Kyle, Scott Mc Ewen e Jim DeFelice, nella sceneggiatura di Jason Hall, alternando il fronte con la vita familiare di Kyle, con il sempre più difficile rapporto con la moglie Taya, che vede il suo compagno sempre più ossessionato dalla guerra, missione dopo missione.

 

Insomma questa storia, che in origine doveva dirigere Spielberg (e chissà che ritratto ne avrebbe dipinto il cineasta di Cincinnati…), e che poi è finita nelle mani di Eastwood, dopo la morte, improvvisa quanto tragica, dell’eroe protagonista, Eastwood cerca di impregnarla dei suoi “valori forti”, che hanno quasi sempre creato dei personaggi integrati ma contemporaneamente antagonisti con il “sistema”, ma qui si ritrova con una “leggenda” tutta dentro al sistema della guerra, e con uno sceneggiatore che voleva dimostrare che, in fondo, anche “la guerra è umana”.  

 

Messo al centro dello schermo il corpo gonfiato di un Bradley Cooper quasi perfetto nel suo rappresentare questo personaggio “tutto d’un pezzo”, con poche sfaccettature che ne mettono già in crisi la sua gamma interpretativa, Eastwood gioca in un territorio visuale dove, prima di lui, hanno fatto faville Brian De Palma (Redacted) e Katrhyrn Bigelow (The Hurt Looker), mostrando, per una volta, di non volere un nuovo punto di vista su quella Guerra (che non mette mai in discussione), ma anzi quasi di volere lavorare su un materiale appositamente “già visto” per poter meglio concentrare lo sguardo sul corpo del protagonista. Corpo che appare indistruttibile e legnoso, ma che trova il suo “centro di gravità” nell’attimo dello sparo, dove l’occhio conta più del corpo.

 

Ecco, l’occhio conta più del corpo. Sembra essere qui il crinale dove Eastwood sa mostrare il suo cinema di sempre: ovvero quello del momento in cui diventiamo qualcos’altro da noi stessi, in cui viene fuori una sorta di “altro da sé”. Kyle la manifesta dietro al mirino del suo fucile, dove trasforma la sua “normal life” in una sorta di Angelo Salvatore…

 

E in questa “crisi della visione” che l’ultimo Eastwood sembra, forse involontariamente, raccontare, ecco che la tempesta di sabbia diventa la “magnifica ossessione” del cinema resistente di oggi: per Eastwood è il momento della “fine della visione”, non c’è più occhio di cecchino che tenga dentro il vortice della sabbia, mentre per il Russell Crowe di The Water Diviner, anche lì, la tempesta è il momento della “salvezza”, dove il protagonista raccoglie e protegge i suoi figli (prima di mandarli a morire in guerra..).

 

Salvezza, protezione, smarrimento della visione. Il cinema di Clint Eastwood pare raccontarci ancora qualcosa di più di quello che sembra, apparentemente, mostrare. In attesa della storia del cecchino Mustafa…

 

Titolo Originale: id.

Regia: Clint Eastwood

Interpreti: Bradley Cooper, Sienna Miller, Kyle Gallner, Luke Grimes

Origine: Usa, 2014

Distribuzione: Warner Bros.

Durata: 134'