Andor, di Tony Gilroy

Rispetto a Favreau, Gilroy è un antimoderno. Così tutto si riduce all’essenziale: la storia, il linguaggio, la resistenza. Ed il risultato è una vertigine. Su Disney+

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In cuor suo, forse Tony Gilroy sa che la sua serie non dovrebbe esistere. Eppure non fa un passo indietro, si butta a capofitto nel paradosso. Ed il risultato è una straordinaria vertigine della galassia di Star Wars.

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Ma prima, un passo indietro. Perché Andor è davvero una strana anomalia, perché il suo protagonista, il ribelle Cassian Andor, è morto, lo sappiamo, sarà uno degli eroi dello splendido Rogue One e avrà il destino segnato quando accetterà di rubare i piani della Morte Nera insieme ad una raccogliticcia squadra che pare uscita da un film di Aldrich. Eppure a Gilroy non interessa, la serie, anzi, è un lungo flashback che, nell’esplorare l’ingresso di Andor nei ranghi della ribellione racconta giocoforza anche le prime, disordinate operazioni di resistenza all’Impero, privilegiando quell’umanismo che già si intravedeva nel film. Dopotutto, tanto vale ragionare su quest’anomalia più che eliminarla, spingerla fino in fondo, capire in che modo possa dialogare con il contesto creativo.

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Così Andor non può che porsi come l’affascinante controcampo di The Mandalorian.

Il punto di partenza, tuttavia, è lo stesso per entrambi i progetti. Andor prende le mosse dall’immaginario lucasiano “liberato”, capace di guardare, di ragionare, a contatto con altre idee di cinema, attraverso un digitale sempre più pervasivo. Eppure Gilroy è al contempo più abile e fortunato. Non può che trarre il meglio da una strada che Filoni e Favreau hanno spianato per lui. Lo racconta, ovvio, già benissimo il rapporto che Andor intrattiene con il cinema “altro”. Perché se già in Mandalorian si intravedevano inusuali schegge che ricordavano i lavori di Miller, Peckinpah, ma anche i Jidai-geki, Gilroy è ancora più sfacciato.

Divide la prima stagione in quattro atti e costruisce ogni arco narrativo avendo bene in mente un genere, un immaginario di riferimento, privilegiando certamente le atmosfere che considera più vicine alla sua sensibilità autoriale e chiudendo dunque il cerchio con suggestioni su cui si fondava già Rogue One. Così si passa dal prison drama à la Frankenheimer a certi exploit da paranoia movie che dialogano tanto con Pollack quanto con Lumet.

Andor

O forse è davvero coraggioso, Gilroy. Il suo è in effetti il primo progetto del sistema Star Wars a ragionare pienamente di tecnica e rappresentazione, ad affermare senza termini che la guerra tra Resistenza e Impero è soprattutto una guerra tecnologica rispettivamente tra il passato analogico ed il presente all’avanguardia (digitale, si potrebbe dire). Gilroy, però, spariglia le carte, si comporta da antimoderno. Parteggia non solo per i ribelli ma anche per la loro idea di tecnologia, perché dopotutto, come rivela uno dei guerriglieri ad Andor “la tecnologia imperiale è davvero il futuro ma è instabile, noi lavoriamo con strumenti vecchi ma molto più affidabili“.

Così Gilroy, rispetto a Filoni e Favreau fa un passo indietro. Non accetta la seduzione dei dati ma ragiona a partire da un approccio analogico. Che poi vuol dire scarnificare il sistema, arrivare alla radice non soltanto dell’immagine ma anche del linguaggio, delle sue componenti oltreché della stessa mitologia Lucasiana.

E allora eccola la vertigine di Andor, che, certo, riscopre le dinamiche della scrittura a livello strada, straordinariamente fisica, fatta di lacrime, sangue e sudore. Certo, torna alla radice del racconto puro, tra una narrazione tutta sostenuta da caratteristi (con, in prima fila, Stellan Skarsgård e Genevieve o’reilly senza dimenticare il centratissimo Andy Serkis) e l’evidente fascinazione per strutture apparentemente estinte come la suspense o il montaggio alternato, ma che soprattutto, per la prima volta, riduce l’etica di Star Wars ai minimi termini e interroga criticamente le sue componenti essenziali: il senso della resistenza, il compromesso, il sacrificio, le ambiguità della ribellione. Ma soprattutto non distoglie lo sguardo di fronte a risposte forse difficili da accettare, tra aperte ammissioni di codardia, eroi che uccidono a sangue freddo e capi ribelli disposti a sacrificare intere vite umane per la causa.

E allora davvero Andor non può che puntellarsi di sequenze spiazzanti: l’evasione dal carcere, il dogfight contro l’incrociatore imperiale, la lunga coda action del finale. Vere e proprie illuminazioni che, certo, rischiano di rimanere tali a contatto con un contesto in realtà refrattario sulla lunga distanza. Ma forse è solo questione di sguardo. Se sopravvivrà quello allora davvero si potrà fare la rivoluzione.

 

Titolo originale: id.
Creata da: Tony Gilroy
Regia: Benjamin Caron (Episodi 7, 11, 12) Toby Haynes (Episodi 1, 2, 3, 8, 9, 10), Susanna White (Episodi 4, 5 e 6)
Interpreti: Diego Luna, Kyle Soller, Adria Arjona, Fiona Shaw, Stellan Skarsgård, Genevieve o’reilly, Andy Serkis

 

Distribuzione: Disney+
Durata: 12 Episodi, 38-57′ minuti a episodio
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
4.2 (5 voti)
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