Archenemy, di Adam Egypt Mortimer

Al terzo lungometraggio, Adam Egypt Mortimer rilegge con intelligenza il sistema del cinecomic ma ad Archenemy manca la lungimiranza per porsi come vera alternativa ad un immaginario già noto

Non sarebbe troppo assurdo credere che Adam Egypt Mortimer sia stato tra gli spettatori del Jeeg Robot di Mainetti, esportato in America poco dopo l’uscita da noi. Si percepisce in effetti in Archenemy la volontà di rincorrere le tracce di quello strano universo supereoistico degradato immaginato da Mainetti, con la spinta di un creativo alla ricerca di suggestioni che lo guidino nell’avvicinamento al film.

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Non è casuale che la storia di Max Fist (Joe Manganiello), supereroe finito per sbaglio nella nostra realtà che aiuta un teenager di periferia a contrastare un trafficante di droga, riecheggi quella del film di Mainetti, ma è altrettanto vero che la regia prova a smarcarsi quasi subito dal suo modello lavorando su un approccio più complesso. Interessato a prendere di petto quel genere supereroistico che è uno dei capisaldi dell’immaginario contemporaneo, del film di Mainetti Mortimer conserva il passo pseudo realista della narrazione e l’immaginario, urbano, riletto con intelligenza tra l’acidità anni ’70, gli echi Refniani ed un implacabile brutalismo ma è palese che la regia abbia bisogno di più solidi riferimenti per sostenere il progetto. Archenemy trova quindi un porto sicuro in quel filone che ha provato a ripensare in maniera critica le coordinate del cinecomic, a partire dall’Hancock di Berg, passando per i lavori di Mark Millar e arrivando fino al Project Power di Netflix.

Mortimer, in particolare, con non poca ambizione vuole spingersi fino a concludere il discorso iniziato da coloro che l’hanno preceduto, studiando le conseguenze dell’impatto tra la concretezza del reale e la dimensione supereroistica. Emblematico forse, come tutto parta proprio dal mito, da quella struttura narrativa che media tra il reale e incomprensibile. Archenemy è dunque un film retto dalla volontà di raccontare, dall’atteggiamento folle con cui Max ricostruisce la sua storia a chiunque voglia ascoltarla, dalla notiziabilità che degrada l’eroe a fatto curioso su cui fare milioni di like. Mito che è sostanza del racconto ma anche corpus di regole sovrasistemiche che dirige le aspettative degli spettatori. I suoi momenti migliori Archenemy li raggiunge proprio quando gioca, (anche formalmente, attraverso sequenze d’animazione dal taglio fumettistico che raccontano il passato di Max) con i cliché del genere. In un continuo rimpallo tra la conferma della natura sovrannaturale di Max e la sua violenta negazione, l’agire del protagonista diventa dunque lo spazio in cui Mortimer punta a fare a pezzi un intero immaginario.
Max pensa ed agisce come un vigilante urbano ma non è mai davvero chiaro se sia solo un uomo disperato, rabbioso e dipendente dalle metamfetamine o un’entità proveniente da un altro mondo. Emblematico è proprio il confronto finale tra Max e il cartello di trafficanti, che guarda al Punitore di Garth Ennis tanto per l’estetica quanto per il modo in cui si sofferma sulle conseguenze di un atto apparentemente eroico, sull’eccesso di violenza, sulla sua assurdità, sui cadaveri rimasti sul campo. Forse il centro delle argomentazioni di Mortimer è tutto racchiuso nel modo in cui cambia la domanda che il film pone allo spettatore: con il tempo chi guarda non è più chiamato a comprendere se Max sia davvero un eroe o un impostore quanto se sia un difensore dei deboli o una minaccia. Che senso ha, a ben vedere, rinnovare un mito quando i suoi destinatari si rendono conto di aver amato fino a quel momento un’entità negativa?

Giocando con l’empatia con cui il pubblico solitamente si interfaccia ad eroi esemplari, Mortimer, con coraggio e incoscienza, destabilizza un intero immaginario portando ad una prima conclusione la linea di ragionamento organizzata dai suoi predecessori. Quello che tuttavia manca ad Archenemy è la lungimiranza che mostri anche come ripartire dopo la rivoluzione. Adam Egypt Mortimer non va oltre la contemplazione della distruzione che ha causato, addirittura compiendo un passo indietro sul finale con cui sembrerebbe voler ritornare a quel mito mandato in mille pezzi. Prevedibile dunque che Archenemy si porti dietro un sapore agrodolce, legato a tutto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato ma la certezza è che il sasso è stato lanciato, ironico tuttavia che Adam Egypt Mortimer, l’uomo che avrebbe dovuto chiudere i conti con un intero sistema, avrà bisogno di qualcun altro che riprenda da dove lui si è fermato.

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Titolo originale: id.
Regia: Adam Egypt Mortimer
Interpreti: Joe Manganiello, Skylan Brooks, Zolee Griggs, Paul Scheer, Amy Seimetz, Glenn Howerton
Durata: 90′
Origine: USA/UK, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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