Austerlitz, di Sergei Loznitsa

Ci potrebbe essere un altro film sotto Austerlitz, tratto dal romanzo omonimo di W.G. Sebald. Non quello che Sergei Loznitsa ha girato ma un altro che è già pronto nella sua mente. Pronto per essere realizzato. Nello stesso luogo. In un altro tempo. Durante la Shoah. Frammenti della sceneggiatura sono già scritti. Ed è nelle uniche parole comprensibili. Nelle descrizioni delle guide turistiche. Che a volte emergono dalle voci indistinte delle persone che stanno visitando il campo di concentramento. Dalle loro parole, dalle diverse lingue, emergono più visioni complementari ma non antitetiche. Ci può essere la storia dei Soderkommando, quella di George Esler che aveva organizzato a Monaco l’attentato a Hitler, le torture dei campi di concentramento, i pali dove venivano impiccati i prigionieri.

Un film o anche più film. In un luogo stavolta chiuso. Stretto. Soffocante. Senza più quei limiti nella fuga di In the Fog, altro cinema di vuoti esistenziali oltre la Storia ambientato durante l’occupazione nazista in Bielorussia. Quelle parole, apparentemente oggettive e descrittive sono già pronte per essere filmate. Forse perché è drammaticamente necessario. Perché lì, su quei luoghi di orrore, oggi non bastano più.

La decadenza

austerlitz sergei loznistaBianco e nero. Macchina da presa fissa. Apparentemente neutra e oggettiva. Che guarda i turisti sotto diverse angolazioni e punti in quello spazio. Loznitsa stavolta non entra nella folla come nelle manifestazioni di protesta a Kiev di Maidan. Le riprese erano immobili ma lì restava proprio al centro. Anche sensorialmente oltre che fisicamente. Nella prima inaquadratura di Austerlitz lo sguardo invece sembra quasi nascosto. Come se volesse spiare le persone prima di filmarle. Poi non è così. In realtà i progressivi punti di avvicinamento del cineasta mostrano il rapporto della Storia con il presente. Dove, nella necessità di mostrare tutto all’istante, si perde il senso della sacralità e del ricordo. Quindi, della memoria della Storia. La resa è tragica. Il materiale d’archivio – quello di The Event per esempio – oggi, anzi ora, non ha più quel peso specifico che poteva avere in passato. Anche qualche anno fa. Oggi si perdono tra le tante immagini di youtube e dei social. Tante immagini per essere condivise nel mare della rete. Ed essere poi sommerse da altre.

Perdita d’identità

austerlitz loznitsaSachsenhausen sembra aver perso d’identità. Il campo di concentramento è diventata attrazione turistica. Sembra anche staccato dalla normalità del territorio circostante. Ne fa ancora parte? Una calda giornata d’estate. Forse il bianco e nero non indica soltanto una memoria sbiadita che però finge di essere nitida nelle coscienze dei visitatori. Forse è anche il senso del perché la gente venga a visitare questi luoghi. Si, nella testa di Loznitsa c’era probabilmente un altro film. Ma il suo sguardo è completamente discordante con quello comune, moltiplicato, delle persone che stanno lì. Non ci sono prigionieri con i numeri in attesa della morte. Le grida di dolore sono solo degli echi lontani. Descritti, appunto, dalle guide.

loznitsa austerlitzAusterlitz è invece un film davvero tosto. Ma è anche implacabile, modernissimo nella descrizione del presente senza Storia. Dove un campo di concentramento è assimilato a un luogo turistico da Lonely Planet. Quasi un parco-divertimenti, una Disneyland sulle macerie della Storia. Attraversato dal passo lento e svogliato, infradito strascicanti, assembramenti collettivi per mangiare prima di spostarsi pigramente da un’altra parte. Forse Loznitsa, quando ha filmato queste immagini, non era consapevole della portata tragica, anzi esplosiva, nel momento in cui le ha messe insieme. Perché questo è uno dei film più tragici sulla Shoah. Dove solo il volto di una ragazza con gli occhiali da sole tondi, che viene filmata a lungo e forse si commuove, può rappresentare una delle rarissime connessioni emotive col passato. E qui ci può essere lo scarto tra quella che può essere l’inquadratura rubata o l’inquadratura ricostruita. Perché forse, anche in questo sospetto esaltante, si muove Austerlitz. È solo documentario. Ma poi ci sono altre immagini che non si vedono. Sono migliaia. Negli scatti e video degli smartphone. Dove però spesso, chi l’ha fatta, si sovrappone e ne diventa protagonista. La nuova estetica del selfie. Con il sorriso ebete sullo sfondo della tragedia e del dolore. Come quella fatta dalla famiglia per ben tre volte sotto la scritta Arbeit macht frei. E magari anche con la suoneria alta che si sente.

sergei loznitsa austerlitzPer Loznitsa c’è stato uno stupro di quel luogo da parte delle SS. E c’è anche oggi. Si ripete quotidianamente. Dove ogni punto ha perso di significato. Perché invece ogni dettaglio viene fotografato. Ogni pietra, ogni iscrizione. Tutto diventa uguale. E anche l’immagine necessaria e superflua ormai si confondono. Perché forse oggi non ha più senso neanche un film sulla Shoah. Sono passati 22 anni da Schindler’s List ma sembra un’era glaciale. E c’è l’amara consapevolezza che la ricettività delle immagini cinematografiche è sensibilmente diminuita. Perché ne guardiamo troppe. Quindi forse il cinema oggi, per Loznitsa, non ha più drammaticamente senso. Perché può essere anche visto in contemporanea con un’immagine o un whatsapp sullo smartphone. Ed è per questo che Austerlitz arriva come un uragano. Forse poi si dimentica quasi subito. Però il suo passaggio a Venezia73 ha travolto, per un attimo, tutto.


Titolo originale: id.

Regia: Sergei Loznitsa

Distribuzione: Lab 80 Film

Durata: 93′

Origine: Germania 2016