BERLINALE 64 – No Man's Land, di Ning Hao (Concorso)

no man's landIl falcone cinese.

Pur sposando appieno un'ottica mainstream, pur essendo firmato da un regista abituato a sbancare i botteghini (su tutti Crazy Stone), No Man's Land è un film dalla storia quanto meno tribolata. Girato nel 2009-2010, è arrivato in sala in patria solo alla fine dello scorso anno (tra l'altro sempre con grandi incassi), dopo una serie di aggiustamenti imposti, a quanto pare, dalle pesanti ingerenze della censura. E, in effetti, a livello puramente narrativo, il film non si risparmia nella descrizione di un mondo dominato dalla corruzione e dagli appetiti economici. Protagonista è un avvocato che arriva nel bel mezzo del deserto del Taklamalan, nella provincia dello Xinjiang, per difendere un poliziotto accusato di aver ucciso un suo collega. Riesce a scagionarlo, ma si ritrova nel mezzo di una pericolosa avventura, al cui centro c'è un traffico illegale di falconi, venduti a carissimo prezzo sul mercato nero…

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Resta il fatto che per Ning Hao la storia pare essere un pretesto, su cui imbastire una tessitura spettacolare fatta di virtuosismi e rimandi. La sua preoccupazione fondamentale riguarda lo stile, consiste nel rimettere in gioco in chiave personale tutta una serie riferimenti più o meno diretti. Ed è chiaro che il suo sguardo è rivolto principalmente a occidente, a un immaginario di genere che va dall'action alla black comedy. In cui al centro c'è il western, orizzonte chiaro nella scelta determinante della location desertica. E puntualmente richiamato dalla colonna sonora di Nathan Wang. Un western di secondo grado, direbbe qualcuno, con un omaggio ai ritmi e alle esasperazioni "spaghetti". Ma solo perché le dilatazioni e le "esagerazioni" tipiche di certo cinema cinese non possono che esercitare una pressione deformante sui canoni del genere. Fino agli scivolamenti e all'ibridazione.

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Di sicuro, No Man's Land, aldilà degli intenti metaforici, rimane un blockbuster essenzialmente derivativo, fino all'estremo. Al punto che si potrebbe trovare qualcosa in ogni dettaglio, a partire dalla Mustang rossa di Stone fino al Duel spielberghiano. E proprio per questo, proprio per essere un rimando all'ennesima potenza, poggiato su un immaginario cinematografico che già fa della citazione e della ripetizione/manipolazione la sua pratica principale, il paragone più esplicito sembra essere quello di Rodriguez. Ning Hao è chiaramente meno sciatto, ma ne condivide appieno l'intento ludico, appena mascherato dietro la narrazione "politica". Alla fine, passate le due ore, non resta che il divertimento. E un senso del paesaggio esaltante.