BERLINALE 64 – Two Men in Town di Rachid Bouchareb (Concorso)

forest whitaker in two men in townCi si può tranquillamente scordare quella febbrile malinconia da polar anni '70 che aveva segnato Due contro la città (1973) di José Giovanni, di cui questo film è il remake. E anche dimenticare l'amara considerazione di Jean Gabin ex-poliziotto e rieducatore in carcere che si era convinto che la "giustizia è solo una macchina per uccidere". Rachid Bouchareb sta a José Giovanni come il Wes Anderson di The Grand Budapest Hotel alla commedia sofisticata di Lubitsch. Se nel secondo caso, non è necessariamente un limite, in questo invece si avverte la totale mancanza a costruire gradualmente quel clima oppressivo che attanaglia il protagonista.

Al posto di Alain Delon c'è Forest Whitaker, mentre Brenda Blethyn sostituisce Jean Gabin. E l'attrice inglese alla fine è quella che si difende meglio. Whitaker invece appare come in preda a una gestualità esasperata forse per esprimere la morsa in cui si trova, dalla necessità a trattenere i propri istinti alle pulsioni incontrollate di rabbia. L'attore interpreta l'ex-detenuto William Garnett, uscito dal carcere per buona condotta dopo aver trascorci trascorso 18 anni per omicidio. Cerca di rifarsi così una vita con l'aiuto di Emily Smith (Brenda Blethyn), l'agente addetta alla sua sorveglianza. Trova un lavoro in una cittadina del New Mexico e inizia una relazione con Teresa. Ma uno sceriffo che non lo ha mai perdonato (Harvey Keitel) e un ex-compare (Luis Guzman) gli mettono i bastoni fra le ruote.

Dall'attentato di Londra di London River agli anni che precedono l'indipendenza dell'Algeria di Uomini senza legge, il limite di Rachid Bouchareb è spesso apparso quello di non riuscire a integrare la Storia con la dimensione privata. Qui in Two Men in Town non c'era neanche nessuna necessità per questo approccio, ma invece il tema dell'individuo che si sente spesso fuori posto è stato inutilmente allargato a quello dell'immigrazione e della frontiera. Non solo si sente che questo è uno dei classici film sbagliati di un cineasta europeo negli Stati Uniti. Ma si avverte anche l'intenzione di manipolare e far suo un contesto ambientale come se a Bouchareb fosse sempre appartenuto. Non si avverte sulla pelle il tentativo di redenzione, l'impossibilità di una vita normale, la vendetta. Lo sguardo del cineasta di origini algerine s'incanta sui paesaggi e s'incarta nei controluce, filma le lunghe strade deserte come uno dei suoi tanti set. La polvere è assente e la claustrofobia ambientale, più delle sirene dell'auto dello sceriffo interpretato da uno svogliato Harvey Keitel, c'è solo nella scena in cui spacca il televisore del vicino che lo tiene a volume troppo alto.