#Berlinale2017 – The Dinner, di Oren Moverman

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore olandese Herman Koch, denuncia fin troppo la sua origine letteraria. Ma la trama poi vola in mille pezzi, come un pugno dato allo specchio. In concorso

C’erano dei momenti fondamentali nell’ultimo film di Moverman, quel Time out of mind che forse abbiamo visto sempre e solo attraverso un filtro (quei vetri che molto spesso si frapponevano tra l’obiettivo e il personaggio). Erano quegli istanti in cui Richard Gere, il senza tetto, cominciava a blaterare da solo, farfugliando e ripetendo cose senza senso, per poi bloccarsi come in preda a un’improvvisa, segreta epifania. Quel delirio, giustamente, era lo stesso di Brian Wilson nel bellissimo Love & Mercy di Bill Pohlad, in cui la sceneggiatura di Moverman aveva un peso determinante.

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Ora, con The Dinner, finalmente, tutto si precisa e si fissa intorno a un punto. Che, di certo, trova la sua espressione più immediata, facile in quest’ossessione per la follia, o come la chiamano correttamente i personaggi, la malattia psichica, quella che affligge Paul Lohman, uno Steve Coogan fin troppo sopra le righe. “Ci sono sempre stati dei casi nella nostra famiglia”, gli dice con premura il fratello Stan, un Richard Gere che, al contrario, è sempre più in sottrazione (in remissione dei peccati?). Ma non è certo il caso di studio, la “patologia” psichica ciò che conta per Moverman. È, semmai, raccontare la lacerazione profonda, la scissione di un mondo che ha fatto del conflitto la base su cui sorgere, crescere, proliferare e impazzire. Un conflitto che riguarda tutti i livelli, familiari, sociali, razziali, economici. E su cui si esercita, sempre e comunque, la “nobile arte” della politica, con le sue strategie, le concessioni, i rapporti di forza, come svela sapientemente Stan alla sua assistente, incidendo questa verità sulla dura pietra della storia. O di tutte le storie. Perché Moverman sa bene che quella del conflitto è anche la legge fondamentale della narrazione. E perciò in The Diner le questioni e le fratture si espandono a dismisura.

C’è il rapporto difficile tra Paul e Stan: l’uno è un professore di storia che insegna in una scuola pubblica, un idealista che lotta per gli oppressi come si autodefinisce, l’altro è un politico pragmatico, in corsa per la carica di governatore. E c’è il dramma interiore di Paul, che non vuole ammettere i suoi problemi psicologici. C’è poi una questione generazionale, che mette in crisi i rapporti tra padri e figli (tra Paul e Michael non c’è dialogo né comprensione) e la questione di coppia (Paul contro Claire, Stan contro Barbara prima e Katelyn dopo), che segnala sempre una frattura non componibile tra uomo e donna. Ma c’è anche un razzismo strisciante che scorre a tutti i livelli (il figlio adottivo di Stan, Beau, è un ragazzo di colore che viene messo in mezzo dagli altri). Ecco, il nodo intorno a cui ruota e si stringe la cena del titolo e tutto il plot, sta in un orribile crimine commesso dai ragazzi della famiglia Lohman, a cui gli adulti devono dare la risposta adeguata. Scegliendo tra la giustizia e l’istinto di protezione per i figli. Un dilemma che porta la tensione all’estremo e rischia di scatenare un altro carnage.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore olandese Herman Koch, The Dinner denuncia fin troppo la sua origine letteraria e il peso della scrittura applicata di Moverman. Che ce la mette tutta per ovviare alla potenziale struttura teatrale di questa cena a quattro, disseminando il film di deviazioni, interruzioni, flashback, parentesi ironiche che piegano quasi nel grottesco, accentuando con effetti visivi le componenti thriller e le derive di follia dell’immaginazione alterata di Paul. Ma la drammaturgia rimane lì, lasciata alla grazia delle interpretazioni (Laura Linney, Rebecca Hall), con un senso di meccanicità che è decuplicato dal dialogo continuo, sfiancante. Eppure è ancora significativo questo tentativo di procedere per frammenti, per infrazioni e ricuciture precarie di una trama, volata in mille pezzi come uno specchio preso a pugni. La storia, pur con tutto il suo peso, si sfalda in un vortice di traiettorie, come in preda a un disturbo dissociativo. Ed è quanto già avveniva negli script di Moverman per gli altri, I’m not there, Love & Mercy. E il conflitto non si compone mai. A conferma di come l’ossessione sia per il dopo, la ferita non cicatrizzata, la scissione insanabile. È come se stessimo ancora raccontando di reduci dal fronte, rimasti senza gambe, senza casa e senza famiglie. Chi erano i morti di Gettysburgh, si chiede in continuazione Paul. Quanti stronzi, idioti c’erano tra quei morti, che vengono celebrati come eroi? Poco importa, qualcuno avrà mandato i messaggi alle famiglie, introducendo in definitiva il lutto. Mentre la guerra continua. Ancora e ovunque.

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