#Berlinale68 – Unsane. Soderbergh e la tecnologia del contemporaneo

Che la tecnologia sia diventata una protesi necessaria degli individui del terzo millennio è cosa assodata. L’impatto di strumenti sempre più potenti come qualità delle immagini e capacità di immagazzinamento sta avendo un impatto dirompente in ogni campo, ed il cinema, che dell’avanguardia ha sempre fatto una cifra distintiva sin dalla nascita, non né è affatto esente. Se gli aspetti tecnici come l’estrema maneggevolezza, la facilità di reperimento o i costi contenuti, neanche tanto mettendo in relazione l’ultimo ritrovato Apple, il famigerato Iphone X, con una fotocamera di medio livello, possono essere motivazioni accettabili, queste non sono comunque le uniche. Un ruolo non secondario lo giocano l’adesione ad un determinato stile di vita o ad un brand, la voglia di sperimentare un nuovo linguaggio visivo che necessariamente ne deriva e spesso ricalca la società contemporanea. Tentativi maldestri di ripresa amatoriali dilagano in rete in parallelo con inquadrature di pregio caratterizzate da risoluzione formidabile, approcci istintivi che si avvicinano all’ingenua spontaneità delle origini, che hanno avuto il merito di riattivare una passione mai sopita rendendola disponibile per una platea molto ampia.

Questo argomento di assoluto rilievo, fonte di discussioni in accademie ed università di mezzo mondo, si accende di un contributo prestigioso, una delle firme più conosciute del panorama cinematografico mondiale, Steven Soderbergh, che a Berlino per il prossimo Festival porta l’ultimo film Unsane, girato interamente con Iphone, un’esperienza che il regista ha definito liberatoria, come il primo capitolo di una storia ancora tutta da scrivere attraverso uno strumento che rappresenta attualmente il presente ed il futuro più facile da ipotizzare. E che lo riportano indietro nel tempo, a quel Sesso, Bugie e Videotape che ha significato l’ingresso a gamba tesa nel club degli autori ed ha delle caratteristiche molto underground e costi molto bassi.

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Sembrano passati anni luce dai primi tentativi di girare in digitale, per quello che è stato il primo step di un percorso in continua accelerazione, con Michael Mann che nel 2004 porta fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia il suo Collateral, girato in quasi interamente in digitale, una scommessa per l’epoca, e che dentro i limiti tecnologici portava in embrione i germi della rivoluzione da lì a venire. Dopo poco più di un decennio l’uso del digitale è diventato consueto e quella che viene considerata la nuova sfida registica è girare dei film affidandosi ad uno smartphone, per delle soluzioni inedite che non hanno più il carattere della novità, essendo datati anche i progetti in tal senso, ma si prefiggono l’obiettivo di avvicinarsi ad un risultato ad uno standard sempre più alto, un’asticella fissata nel problema più difficile da superare, una resa qualitativa alta anche per le riprese effettuate in notturna. Uno dei generi contaminati da un’invasione di prodotti digitali fu l’horror, favorita da una predilezione del pubblico giovanile e dal prestarsi alla realizzazione con dei budget talvolta davvero modesti, pensiamo a The Blair Witch Project, Rec, Paranormal Activity ed i loro tanti epigoni. E l’horror resta il campo preferito di sperimentazione anche durante questa ulteriore fase di passaggio, genere scelto ad esempio da Park Chan-Wook nel 2011 per il  Fantasy Horror Paranmanjang – Alti e Bassi premiato proprio alla Berlinale con l’Orso D’Oro come miglior cortometraggio e girato con un Iphone4.

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Quanto sta avvenendo adesso con gli smartphone è paragonabile, in una scala esponenziale verso l’alto, alla diffusione che ebbero le prime videocamere amatoriali in video8, che rimpiazzava i formati Betamax e Vhs nella metà degli anni ottanta. Cambiamenti così innovativi dovuti alla diffusione a livello di massa di un ventaglio di possibilità enormi ed inimmaginabili in un recente passato. Un regista che non ha avuto paura di esplorare tutte le funzionalità di Iphone è Michael Gondry che in Detour fa ampio uso di Time-lapse, Stop motion, Slo-mo, Scene notturne e Trick prospettici per stimolare i possessori ad un uso più consapevole e professionale di questo telefono espanso, una trovata di marketing adottata dalla Apple di promozione virale.

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Un altro regista abituato a confrontarsi con i mezzi fuori da ogni pregiudizio è Michael Haneke che in Happy end  parte con immagini in bassa definizione frutto di un misterioso smarthphone e da una chat aperta che descrive azioni comuni (ma già inquietanti…), sfociate in gesti apparentemente comuni (ma con conseguenze scioccanti…), quindi proprio come in Caché la riflessione sui nuovi dispositivi di visione e di controllo è da subito palesata come unico fuori-campo ormai concepibile (Pietro Masciullo)”. E qui con con la propulsione positiva viene fuori l’ombra, il corrispettivo lato minaccioso e di pericolo, come con maggiore e sublime lucidità aveva esplorato poco prima l’Assayas di Personal Shopper. Ma chi può avanzare diritto di primazia nell’aver girato un intero lungometraggio avvalendosi soltanto di tre Iphone5 è Sean Baker che per ovviare alla mancanza di fondi ha sostituito telecamere ad alta definizione e pellicola con con questi gioielli del reale. Il film è Tangerine, presentato in esclusiva al Sundance Festival nel 2015, che ha avuto una distribuzione limitata a poche sale ma un’ottima accoglienza nei luoghi festivalieri, compresa l’Italia che l’ha ospitato a Torino.

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