#Berlinale69 – Celle que vous croyez, di Safy Nebbou

Gli inganni dei social. Sedurre senza essere visti. Forse una proiezione puramente cinematografica. Quella della costruzione dei fantasmi. Del doppio. Che vive, respira, parla. Ma che non ha consistenza fisica.

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Claire (Juliette Binoche) è una professoressa di 50 anni ancora attraente. Madre single di due figli, ha una relazione con Ludo (Guillaume Gouix), un ragazzo molto più giovane di lei. Ma lui poi sparisce. Per cercare di riconquistarlo, crea un falso profilo sui social e diventa Clara, un’affascinante ragazza di 24 anni. Alex (François Civil), l´assistente di Ludo, che l´aveva presa in giro al telefono impedendogli di parlare con il suo amante, viene subito sedotto. I loro dialoghi in chat diventano sempre più intensi. Poi iniziamno a sentirsi al telefono. Iniziano a innamorarsi reciprocamente. E Claire diventa sempre più prigioniera del suo avatar.

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In Celle que vous croyez, tratto dal romanzo di Camille Laurens, ci sono più livelli: la vita reale di Claire, quella sognata virtuale. E poi tutto il dialogo con la psicoterapeuta interpretata da Nicole Garcia. Che cerca di mantenere una distanza oggettiva dalla storia della sua paziente. Ma ne viene inevitabilmente coinvolta. Da una parte ci sono  Laclos, Marguerite Duras e Ibsen citati a lezione. Dall’altra, quasi un disperato recupero del tempo perduto. E la possibilità, folle, di rivivere per la seconda volta la propria giovinezza.

Innamorarsi senza rischiare. Come lo squid di Strange Days. O anche quelle false identità di Catfish, il docu-reality statunitense trasmesso su MTV. E Celle que vous croyez riesce per buona parte del film a trascinare dentro questa illusione parallela. Con alcuni momenti particcolarmente riusciti come gli sguardi di Claire su Alex. Quando lei lo vede da lontano. O da pochi metri. Alla stazione. Senza avere mai il coraggio di presentarsi. Inoltre diventa trascinante nella scena di sesso telefonica in macchina. E fa esplodere la comicità nel momento in cui la protagonista fa più giri con l’auto senza fermarsi mentre è al telefono con Alex davanti allo sguardo sbigottito dei figli.

Safy Nebbou conferma di essere un cineasta versatile. Dopo aver attraversato il dramma intimo con L´empreinte de l´ange, il film in costume con L´autre Dumas con Gérard Depardieu nei panni dello scrittore e quello d’avventura copn Dans les forêts de Siberie, gioca su diversi registri affidandosi soprattutto alla strepitosa prova di Juliette Binoche. Che muta con gli stati d’animo del suo personaggio. È Claire e, insieme, Clara. E rivela poi tutto il dolore che c’è dietro al suo gesto. E a un certo punto sembra quasi trasformarsi nella Portman. O in un’attrice di neanche 25 anni.

Il difetto è la mancanza di tenuta. L’impalcatura appare eccessivamente elaborata. E gira su se stesso nel momento in cui la storia diventa un manoscritto. Quasi una scrittura parallela. E da quel momento tutte le potenzialità di un film che si erano manifestate per una buona metà della sua durata, vanno a intermittenza. Da qui, i suoi troppi finali.