#Berlinale69 – Mid90s, di Jonah Hill

Los Angeles. Un’estate infuocata di metà Anni ’90. È un percorso di iniziazione quello che racconta l’esordio alla regia di Jonah Hill, a partire da una sua sceneggiatura originale. Riti adolescenziali di passaggio, la paura e la sfida di crescere, la fascinazione indescrivibile del mondo dei ragazzi più grandi, le prime botte prese per strada, la scoperta del lato selvaggio e della trasgressione. C’è tutto nella storia del tredicenne Stevie, che vive con la madre e con il fratello maggiore, Ian, solitario, antipatico, manesco e ossessionato dal body building. Un punto di riferimento impossibile, insomma, che aumenta a dismisura in Stevie il desiderio della considerazione e dell’approvazione di qualcuno che sia più grande e che possa, in qualche modo, indicargli un percorso. Un giorno s’imbatte in un gruppo di skater, che girano per strada, si divertono e fanno casini. Perciò decide di farsi prestare il ridicolo skate del fratello e comincia a fare delle prove nel giardino di casa. È un mezzo disastro, ma Stevie non demorde e l’indomani si presenta nello skate shop in cui si ritrovano abitualmente i ragazzi. È il passaggio definitivo della soglia, che comincia con la mediazione del più giovane del gruppo, Ruben, e, poi, arriva al vero e proprio battesimo del fuoco da parte dei più grandi, Fuckshit, Fourth Grade, e Ray, il leader carismatico. Stevie si guadagna il soprannome di Sunburn e poi ottiene la consacrazione definitiva quando, nonostante la scarsa esperienza, decide di saltare oltre il vuoto di un terrazzo e piomba giù, faccia a terra. La prova di coraggio è compiuta.

Le tappe del viaggio ci sono tutte. Fino all’ora più buia, quella in cui l’eroe ragazzino rischia tutto. Così come i riferimenti all’immaginario adolescenziale degli Anni ’90 non si contano: i videogiochi da console, il Guile di Street Fighter 2, le Tartarughe Ninja, l’home video con le blockbuster night. Mid90s sembrerebbe già dal titolo una dichiarazione di nostalgia vintage. Il che rientrerebbe perfettamente nei canoni della moda corrente, senza più distinzione tra mainstream e indipendenza, quella che guarda al passato come a un impossibile paradiso perduto. Ma il film non cede alla tentazione di perdersi nella babele delle citazioni e delle strizzate d’occhio. Né si crogiola nel rimpianto dei good gone days. L’avventura di Stevie non si tiene nella stanza dei giochi, nella cameretta in fondo, quella in cui si poteva inventare un mondo migliore del tutto immaginario. Per lui quella stanza è troppo stretta, troppo compressa nei recinti della sicurezza quotidiana. La partita si gioca per strada, là dove le tensioni e i legami familiari si aprono ad altri incontri e scontri. Là dove s’impara, ahimè, a bere e fumare, ma anche il brivido necessario della libertà, dove si fanno i conti, finalmente, con gli altri, con la sessualità, con le differenze di classe e di carattere, con le mille reazioni possibili agli eventi, quasi mai del tutto prevedibili e ponderabili, con la tenuta sempre precaria e mutevole dei legami. È proprio lì che ognuno mette alla prova la propria inclinazione ed educazione, che si misura con le possibilità e le barriere, con i concetti sfuggenti di fiducia, onestà, lealtà, coraggio. Quella corsa con lo skate tra le auto è un percorso simbolico che riscopre la sottile epica a misura d’uomo del cinema di passaggio.

In fondo Jonah Hill mantiene le traiettorie e gli archetipi della struttura per non perdersi del tutto nella storia. E questo può essere indice di umile intelligenza. I volti noti, Lucas Hedges e Katherine Waterston, gli servono più che altro da supporto al resto del cast e all’ottimo protagonista Sunny Suljic. Poi dei segni riconoscibili, dei riferimenti, trattiene solo quanto gli occorre per dare spessore a un mondo. Che, per forza di cose, conosce bene, appartiene al suo vissuto di tredicenne a metà degli anni ’90. Non sappiamo quanto ci sia di autobiografico nella storia. Ma poco conta. Di certo l’esordio del regista Hill è un po’ come quello di Stevie che s’affaccia nello skateboard shop: c’è lo stesso timore e lo stesso brivido, l’imperfezione di chi cerca una strada, tra la voglia di imitare i modelli e di fare un figurone, e lo stesso sottile piacere. Quel sorriso di Stevie, a ogni momento di svolta… In questa adesione c’è la sincerità assoluta di Mid90s. Sì, potrebbe essere l’ennesimo tipico esempio di cinema indie, con tanto di musica bella e azzeccata, a cominciare dalle tracce originali di Trent Reznor e Atticus Ross. Ma, in verità, è solo un piccolo, vero, film sull’amicizia, sui legami, sulle crisi che accompagnano ogni cambiamento, minimo o enorme che sia. Un film fatto, forse, con la stessa pura gioia del video sgangherato di Fourth Grade, che si ostina girare nonostante i problemi, nonostante tutto.

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