#Berlinale70 – First Cow, di Kelly Reichardt

L’Oregon continua ad essere la terra western del cinema di Kelly Reichardt. Da lì un gruppo di tre famiglie si perdono in mezzo le rocce soffrendo la fame e la sete fino a quando non incrociano un nativo americano in Meek’s Cutoff. E sempre dallo stesso luogo, dove si avventurano spesso dei cacciatori di pellicce, nasce l’amicizia tra un cuoco taciturno e un immigrato cinese abile come imprenditore in First Cow. Iniziano un commercio di frittelle che si rivela un grande successo. Ma la materia prima viene acquisita in modo illegale; arriva infatti dalla mucca da latte del loro vicino proprietario terriero.

Anche con First Cow il cinema di Kelly Reichardt  ama i grandi spazi, predilige i tempi dell’attesa per ritardare continuamente l’azione, perché gli serve per soffermarsi sul paesaggio attraverso gli occhi dei suoi protagonisti e anche per farci ambientare lo spettatore. L’ambientazione è la stessa di Meek’s Cutoff, il 19° secolo. I ritmi del movimento, del viaggio, si adeguano proprio sui tempi di quell’epoca. La regista, come nei suoi film precedenti, è anche montatrice. Perché per il suo cinema risulta essenziale avere già la velocità, gli stacchi mentre si sta realizzando. La Reichardt lo ha in testa già a livello teorico e poi, mentre lo gira, ne determina il respiro.

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Il sogno americano in First Cow non è tanto nella conquista materiale economica. Ma invece è nell’incontro e la condivisione delle esperienze tra i protagonisti. Anzi la libertà è proprio nella lotta contro il capitalismo. Il furto del latte dalla mucca è un gesto simile a quello dei tre ambientalisti che decidono di far esplodere la diga idroelettrica che consuma preziose risorse naturali in Night Moves. Ma prima di farli entrare in azione, si lascia assorbire dalle immagini della fotografia del fedele collaboratore Christopher Blauvelt che ha ripreso dichiaratamente l’eredità di Harris Savides. La luce delle candele, i riflessi dell’acqua del fiume, le stelle nel cielo continuano ad essere forse dei residui che la cineasta continua a prendere dal cinema di Gus Van Sant. E in più in First Cow, tratto dal romanzo The Half Life di Jonathan Raymond, si sente l’influenza di Jarmusch di Dead Man, già evidente dalla citazione di William Blake in apertura o dalla presenza delle musiche al piano che richiamano quelle di Neil Young per il film dii Jarmusch. Sono i vizi citazionisti, esibiti ma spacciati come se fossero propri, i limiti ancora presenti nel cinema di Kelly Reichardt. Gli servono per rafforzare, senza che ce ne sia bisogno, la natura ‘indie’ del suo cinema. Ma dal momento in cui inserisce frammenti di commedia attraverso gli elementi del cinema ‘culinario’ (il dettaglio della cottura delle frittelle e i clienti che si affezionano sempre di più al loro cibo) o l’azione diventa più serrata che la cineasta conferma la propria abilità a muoversi tra più generi diversi e a far emergere progressivamente la natura autentica dei due bravi protagonisti, interpretati da John Magaro e Orion Lee.

 

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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