#Berlinale70 – Zeus Machine. L’invincibile, di Zamagni e Ranocchi (Zapruder)

Il mio primo contatto con l’operazione Zeus Machine di Zapruder è stato al MAXXI di Roma, dove dal 2016 è possibile visitare la videoinstallazione Zeus Machine/Salita all’Olimpo, estenuante ma clamorosa esperienza in loop all’interno di un tempio cubico dorato, al cospetto delle riprese dal festival di Santarcangelo di una cuccagna di 15 metri da scalare, mentre il duo trash metal ZEUS! ritma dal vivo con suoni indiavolati i tentativi di quattro squadre di scalatori di raggiungere la vetta del palo insaponato. L’elettricità detta il tempo della sfida al cielo: la performance di resistenza mette alla prova chi sale, chi suona, e chi guarda – trasferita sul grande schermo, Salita all’Olimpo sembra voler testare anche la tenuta stessa del cinema, della “macchina” del titolo, e non a caso è posta in chiusura a questa serie di vignette con cui Zamagni e Ranocchi (due terzi del “filmmakersgroup”) rimettono in scena le dodici fatiche di Ercole, “il primo Invincibile”, nell’epoca postindustriale.

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E il cinema, allora? In una delle imprese, un team di meccanici, elettrauti e carrozzieri, tutti con la stessa maschera di James Dean sul volto, fa fondere il motore di un’automobile portandola su di giri nonostante sia fissata con delle funi che le consentono solo di far girare le ruote sul posto: nel fumo bianco che la macchina sprigiona e che riempie tutta l’officina scompaiono anche le fattezze in replica dell’icona hollywoodiana il cui Mito è indissolubilmente legato proprio a quello delle auto. All’epica delle immagini viene dunque sistematicamente frustrata ogni possibilità di sopravvivenza che non sia tra le maglie dell’automazione, come nell’episodio in cui un uomo palesemente ubriaco tenta di distruggere gli scaffali di un supermercato senza scalfire minimamente l’ordine “sovraumano” del dispositivo di ripresa a circuito chiuso attraverso il quale assistiamo al suo rovinoso attraversamento delle file di frigoriferi e di banconi del negozio.

Ecco dunque contro chi si battono questi Ercole, allora, contro la persistenza e insieme la sparizione continua e inevitabile tra le maglie del sistema operate dai dispositivi meccanici, capaci di far scomparire negli attimi di un fulmineo schermo nero le performer che ci si parano davanti, sguardo verso la mdp, in un altro dei frammenti, e in grado di ancorare a terra anche i fuochi d’artificio che invece di librarsi verso il cielo tornano indietro verso il punto di partenza. E’ la stessa traiettoria che compie l’Eroe nella visionaria sequenza d’apertura in CGI, d’altronde, piombare sul nostro pianeta dall’alto: c’è un magnetismo implacabile che ci incatena alla dimensione terrena, e pure lo scontro tra i lottatori ha luogo ad altezza-terreno – per la variabile umana non resta allora che ripartire dal contatto, ma per forza di cose non può essere appunto che uno scontro.
Al di là del gioco sul raddoppio nei confronti delle fatiche “classiche” e relativa trasposizione, e dell’invito a riconoscere le divinità più o meno reincarnate (tori, serpenti…), Zeus Machine vive della propria natura magnificamente combinatoria e instabile, e non è detto che quella vista a Berlino, dopo i passaggi a Firenze e al FilmMaker di Milano, sia necessariamente la forma ultima dell’esplorazione di Zapruder.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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