Bianco: il cine-memoir di Bret Easton Ellis

Saggio sugli anni Zero, autobiografia ma soprattutto appassionato libro sul cinema: sono i film a scandire le tappe della vita, a connetterci col bambino che eravamo e l’adulto che siamo diventati.

Com’era prevedibile, prima con l’uscita americana e poi, a ottobre, con quella italiana, Bianco di Bret Easton Ellis è stata una delle pubblicazioni più discusse, criticate e hashtaggate del 2019. Ma del resto, l’ex enfant prodige del post minimalismo di metà anni Ottanta ha sempre suscitato scalpore e se qualcuno provasse a rileggere ora, dopo Bianco, il suo primo romanzo, Meno di zero, non potrebbe fare a meno di notare quanto certi sguardi sul proprio presente, sul mondo circostante, e il taglio autobiografico, in prima persona, abbiano mantenuto una coerenza esemplare.
Tante cose sono state dette su questo essai, tante invettive e accuse lanciate – tra cui, la principale, quella di essere, in buona sostanza, nient’altro che il cahier de doléances di un white man privileged – quando è invece l’ultimo tassello di una bibliografia sempre in bilico tra romanzo e saggio, autobiografia e critica musicale e cinematografica.
Forse Bianco può dettare finalmente le coordinate entro cui leggere e comprendere l’esperienza letteraria di Ellis, gettando un prezioso sguardo retroattivo sulle opere precedenti. Spiegare quegli incisi su Whitney Houston nel bel mezzo del delirio omicida dello yuppie Patrick Bateman in quello spietato, tenero e lucidissimo apologo sugli anni Ottanta che è American Psycho, in cui già aleggiava lo spettro trumpiano diventato oggi protagonista di Bianco.

--------------------------------------------------------------------
UNICINEMA – UNA NUOVA IDEA DI UNIVERSITÀ

--------------------------------------------------------------------

Apertamente devoto alla scrittura raffinata di Joan Didion, al suo punto di vista personalissimo e originale sulle piccole e grandi storie americane, Ellis si produce qui nel suo White Album, richiamando alla memoria eventi privati e collettivi, avendo ben cura di non celare in alcun modo il suo parziale, umano e fallibile sguardo, consapevole però di quanto lo scenario mediatico sia mutato in una società di piccole bolle isolate terrorizzate dalla diversità di pensiero.
Così si richiama all’autrice californiana nel raccontare il suo 11 settembre, evento limite del passaggio tra Impero e Post Impero, al pari di quanto Didion fece con la narrazione, introiettata nel proprio vissuto, (il ricordo della telefonata ricevuta mentre era a bordo piscina in un’afosa giornata estiva…) degli omicidi della Manson family, fine dell’utopia hippie e definitiva perdita di innocenza per un Paese già duramente colpito in quello stesso decennio dalla morte di Kennedy e dalla guerra in Vietnam.


Anche l’Ellis di Bianco avverte nell’aria quelle stesse vibrazioni apocalittiche percepite da Joan Didion nel White Album; il testo appare percorso dalla percezione, quasi più epidermica ed emotiva che razionale, di un destino ineluttabile; di anniversari luttuosi, corsi e ricorsi storici e sociali. È per questo che Bianco racconta la fine di un’altra utopia, quella della rinascita democratica promessa dalla libertà di parola garantita dai social network, perita invece sotto l’evidente chiusura nelle proprie bolle, dove al dialogo e alla comunicazione si è ormai sostituito l’imperativo del like o del ban.
È un testo provocatorio, Bianco. Nell’epoca della dittatura del pensiero unico, Ellis si permette – come ha sempre fatto, ma in anni dove era ancora lecito épater les bourgeois – di dissertare e rivangare vecchie opinioni, di confutarle da sé o di ritenerle ancora valide, concedendosi contraddizioni e dubbi, in un lungo flusso di coscienza che pare prima di tutto un dialogo con se stesso e, solo poi, con i suoi lettori.
Apparentemente incline alla divagazione – come nei suoi “romanzi” dove i personaggi vengono continuamente distratti da mille altri stimoli posti di fronte i loro occhi, come i puntini abbaglianti dell’ipertrofico GlamoramaBianco stupisce per il suo essere, a conti fatti, una perfetta autobiografia, quasi dickensiana, che parte dai quartieri residenziali di Los Angeles degli anni Settanta per chiudersi davanti allo schermo di uno smartphone incastrato sui caratteri limitati di Twitter, attraversando la Manhattan rampante e adrenalinica degli anni Ottanta, il jet set letterario ormai inimmaginabile, le piccole e grandi ipocrisie dell’industria hollywoodiana e l’evanescente quanto pervasivo universo dei social.

--------------------------------------------------------------------
SCOPRI I NUOVI CORSI ONLINE DI CINEMA DI SENTIERI SELVAGGI


--------------------------------------------------------------------

Lungo questo sentiero non è la letteratura ad accompagnare l’autore ma il Cinema. Non è un mistero che, per tutti gli anni Zero, Ellis sia apparso molto più interessato alla lavorazione di progetti per film e serie tv o web che non alla stesura di nuovi romanzi. La collaborazione con un altro reietto di Hollywood come Paul Schrader – da cui è nato il bellissimo e sottovalutato The Canyons – e la sollecitudine sempre maggiore verso il suo podcast radiofonico sul cinema stanno ad indicare quanto quest’ultimo si sia definitivamente sostituito alla parola scritta nelle priorità ellisiane.
Con Bianco, scopriamo però che non si tratta di una passione divampata negli ultimi anni ma di un amore costante, che arriva da lontano, dalle sale cinematografiche della San Fernando Valley e di Sherman Oaks, dove, a cavallo tra gli anni 70/80 l’Ellis adolescente cerca rifugio nei film horror e sci-fi alle asperità della pubertà, sfidando il mondo degli adulti alla stregua di quanto i giovani protagonisti di quelle pellicole facevano con gli assassini e i mostri che piovevano loro addosso: “Perché il killer perseguitava le collegiali in Un Natale rosso sangue? Perché Regan era posseduta nell’Esorcista? Perché lo Squalo girava intorno ad Amity? Da dove arrivavano i poteri di Carrie White? Non c’erano risposte, proprio come nella realtà non si possono collegare i puntini per giustificare gli accidenti della vita quotidiana: cose che capitano, fattene una ragione, piantala di piagnucolare, pigliati un calmante, cresci cazzo. Se spesso desideravo che il mondo fosse un posto migliore, sapevo anche – e i film horror contribuivano a rafforzare questa mia convinzione – che non lo sarebbe mai diventato, una consapevolezza che in cambio ha fatto sì che imparassi ad accettare. L’horror smussava la transizione dalla presunta innocenza dell’infanzia alle delusioni dell’età adulta”.

Ellis racconta il cinema con le doti affabulatorie del romanziere, senza addentrarsi in disamine tecniche, chiedendosi piuttosto in che modo il cinema possa connetterci con noi stessi, col bambino che eravamo e con l’adulto che siamo diventati.
Ed è per questo che, al di là della rimarchevole radiografia di questa epoca vittima di cancelletti e di pensieri compressi in troppi pochi caratteri, in cui le opinioni devono essere formulate in tempi brevissimi e rimanere immutabili anche quando si sospetta di essere nell’errore, per non mostrarsi deboli di fronte al proprio pubblico, e al di là del velo sottratto impietosamente alle ipocrisie e al perbenismo di questo mondo finto democratico, Bianco resta ai miei occhi uno dei libri di cinema più belli mai scritti, pari solo a certe appassionanti letture da giovani turchi.

------------------------------------------------------------------------
IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #8