Bif&st – Intervista a Rossella De Venuto per Pattini e acciaio

La nostra intervista all’autrice del docufilm dedicato a Giuseppe Marzella, soprannominato il Maradona dell’hockey, tra repertorio, interviste e illustrazioni. Una favola moderna che parla di riscatto

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Pattini e acciaio è il documentario di Rossella De Venuto sulla vita e la carriera di Giuseppe Marzella, campione di hockey su pista che tra gli anni ’80 e ’90 con la sua squadra, l’AFP Giovinazzo, vince tutto quello che si poteva vincere. Un vero leader che sa da dove viene e soprattutto dove vuole arrivare, infatti tra mille sacrifici, rinunce, e sforzi riuscirà a raggiungere il successo. Marzella gioca ad hockey, “uno sport latino fatto con il cuore che diventa puro spettacolo”, come lui stesso lo definisce, affrontando il gioco durissimo e violento degli avversari, i cori razzisti delle trasferte al nord, le invidie dei conterranei al suo rientro a Giovinazzo, oramai famoso, con il Maserati e le donne più belle, ma restando sempre quel bravo ragazzo di provincia orgoglioso della sua terra, che dopo la morte del padre lascia la squadra per dedicarsi ad allenare le giovani promesse. Nel docufilm la regista, con uno stile originale fatto di immagini di repertorio, interviste attuali e il coloratissimo contributo dell’illustratore Wallie, ci offre l’affresco di una vita, quella del “Maradona dell’hockey”, che ha il sapore di una favola moderna ma anche di un contesto sociale e culturale, quello di un paese del Sud Italia tra gli anni ’70 e ’80, che anche attraverso lo sport ottiene finalmente il suo agognato riscatto.

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Nel tuo ultimo lavoro, il documentario Pattini e acciaio, ci racconti la storia del pluricampione di hockey su pista Giuseppe (Pino) Marzella, che inizia giocando nella squadra dell’AFP di Giovinazzo per poi vincere due titoli mondiali con la Nazionale, in Brasile nell’86 e in Spagna nell’88. È una storia semplice, che ricostruisci con interviste e testimonianze genuine, piene d’umanità, una storia assimilabile – per citare l’incipit del docufilm – ad un allineamento di pianeti che accadono una volta ogni tanto…

Come accade nel raro fenomeno dell’allineamento di pianeti, anche in questa storia si sono verificate contemporaneamente delle circostanze abbastanza inconsuete che l’hanno resa possibile, tre in particolare a mio avviso: l’ingegnere Scianatico eredita le Acciaierie Pugliesi a Giovinazzo, un borgo di pescatori del Sud Italia e dona alla città un parco che porta il suo nome e che diventa il dopolavoro degli operai e lo spazio in cui i figli degli operai possono praticare sport con il supporto gratuito di insegnanti; l’ingegnere Scianatico sceglie come capo del personale della fabbrica Gianni Massari che diviene anche l’animatore del settore sportivo e l’allenatore di hockey su pista, uno sport abbastanza poco praticato nel Sud, dei figli degli operai; tra i giovani che Massari ha avuto la fortuna di allenare c’è Marzella, che peraltro non avrebbe potuto allenarsi con Massari perché non era figlio di operai della fabbrica. Circostanze queste che si sono perfettamente “allineate” dando vita ad una storia che è diventata poi una sorta di favola.

Il documentario celebra lo sport, la disciplina, la resilienza, i traguardi inimmaginabili che solo una motivazione fortissima può fare raggiungere. Di questi tempi è un messaggio molto importante da consegnare alle nuove generazioni di sportivi, ve ne sono altri sottotraccia?

Sì, lo sport, oggi come ieri, è importante per i giovani, il punto è che i giovani di oggi non sono quelli di ieri. Ne parlavo appunto con Pino: loro erano molto motivati, avevano sete di arrivare, di affermarsi, avevano fame, una fame che non era solo metaforica. Oggi i ragazzini sono accompagnati all’allenamento da genitori premurosi e ultraprotettivi che non riescono a metterli in discussione né a responsabilizzarli sul serio.

Nel binomio “pattini e acciaio” c’è la storia di un campione, soprannominato il Maradona dell’hockey su pista, ma c’è anche l’affresco del contesto sociale e culturale di un piccolo borgo di pescatori della Puglia tra gli anni ’70 e ’80, che sarebbe diventato uno dei posti con il più alto indice di industrializzazione grazie alle famose acciaierie. I figli degli operai si allenavano ad hockey gratuitamente nel Parco “Scianatico” (dal nome dell’ingegnere Scianatico proprietario delle acciaierie) e il rivoluzionario allenatore Gianni Massari ne portò tanti, tra cui Marzella, a far decollare i propri sogni sulle rotelle dei loro pattini. La tua Giovinazzo ha vissuto una favola?

Assolutamente sì! È stata una favola e nel docufilm c’è l’essenza della favola, che non sono le vittorie, come ricorda Marzella, “ma gli aneddoti e la costruzione di un sogno, che parte dalla strada e da qualcosa che uno ha dentro“. Giovinazzo era un paesino di pescatori e contadini che si è trasformato in un polo siderurgico di rilievo nel Mezzogiorno, in una fabbrica sui generis perché fu tra le prime a “pensare” ad un luogo di svago per i suoi dipendenti e le loro famiglie grazie a quel Parco Scianatico che divenne terreno di gioco e scuola per i campioni del pattinaggio prima e dell’hockey poi che ebbero come allenatore Gianni Massari, campione di pattini a rotelle con record del mondo sul miglio e mezzo miglio. Questa formula modernissima incentrata sul benessere organizzativo degli operai era quella che il grande Adriano Olivetti aveva voluto per la sua fabbrica e la moglie di Scianatico, che ne era rimasta colpita, l’aveva suggerita al marito. Poi in ambito sportivo Giovinazzo conobbe la notorietà con l’AFP Giovinazzo, la squadra di hockey su rotelle che arrivò in serie A, vinse il campionato e fu il primo, e finora unico, caso di squadra meridionale a vincere il titolo in uno sport praticato essenzialmente in poche regioni del Centro-Nord, nonché prima squadra pugliese maschile in assoluto a vincere un titolo italiano.

L’hockey su pista è uno sport duro, in cui si picchia tanto, in cui – come si afferma nel docufilm – ci volevano i veneti perché erano freddi, i toscani perché guasconi e i pugliesi perché creano l’impossibile e lo fanno diventare possibile. Siamo ancora così noi pugliesi?

Mah, credo di sì. Il pugliese è quello che tira fuori il carattere nei momenti difficili, è quello che per storia, cultura e tradizione è dovuto diventare resiliente e versatile, è quello che quando lascia la sua terra ci torna più strutturato e arricchito d’esperienza. Nell’hockey si picchia tanto, Pino ricorda ancora le randellate nei denti, i colpi di bastone tra le gambe, i colpi presi da lui e dai suoi compagni di squadra che li hanno forgiati e motivati, portandoli a raggiungere risultati incredibili.

La tifoseria al tempo era molto agguerrita e non mancavano slogan razzisti come “terroni” o “africani”, che Marzella e compagni ancora ricordano con un pizzico di amarezza. Quarant’anni fa come oggi: quanto ancora c’è da lavorare contro la violenza razzista nel mondo sportivo?

Credo ci sia da lavorare tanto ancora. Oggi si è attenuato il divario Nord/Sud ma il target si è semplicemente spostato. Non mancano i cori razzisti che oggi sono dedicati agli atleti di colore piuttosto che a quelli meridionali, ad esempio. Eppure per Marzella quel “terrone” che gli veniva urlato in faccia durante una competizione serviva a caricarlo ancora di più, a tiragli fuori la grinta e la determinazione che poi lo hanno portato in alto.

Tu hai studiato alla New York Film Academy e partecipato a tante produzioni internazionali, prediligendo il genere horror (hai vinto anche l’Italian Horror Film Festival). Come si colloca questa scelta dedicata ad una favola di provincia, che è anche una storia di riscatto sociale, sì del giovane campione, ma di tutto il Sud Italia?

Amo l’horror e questo mio ultimo lavoro in effetti è stato sfidante perché mi sono misurata con tutt’altro genere. Eppure c’è un fil rouge che influenza la mia produzione e viene da lontano, proprio dal profondo Sud: sono nata a Trento da genitori pugliesi e ogni estate si ritornava al paese. In quelle estati torride i miei genitori mi costringevano a fare la siesta, che odiavo, nella cosiddetta “controra”, quel momento della giornata che va da mezzogiorno alle 17 in cui, visto il caldo afoso, secondo una credenza pagana tipica della tradizione del Sud Italia, si raccomanda alla gente di non uscire di casa, di restare al riparo dal rischio di allucinazioni, perché quel calore e quella luce accecante possono pericolosamente annebbiare la lucidità e aprire la porta verso l’aldilà, verso le ombre senza corpi che camminano lungo i muri delle case, fino alla tentazione estrema del ricongiungimento con la morte. Siamo abituati ad immaginare il Sud come un posto caldo e accogliente, ma spesso ci dimentichiamo di usi e costumi del luogo; in tutta l’area mediterranea, dalla Grecia all’Egitto, le creature maledette non uscivano di notte, che invece era considerata ora amica, ma di giorno.

Lo stile del tuo documentario è asciutto e vede alternarsi sullo schermo immagini di repertorio che vanno dal bianco e nero delle fotografie ai colori sfocati del VHS al mitico Super8. Da cosa nasce l’idea d’inserire il contributo del fumettista e illustratore Wallie (alias Walter Petrone)?

Temevo di avere a disposizione una scarsa quantità e varietà di materiale quindi pensavo fosse originale inserire delle parti illustrate nel documentario, come è stato fatto nel docufilm del 2016 sull’icona del rock Iggy Pop Gimme Danger – Story of the Stooges diretto da Jim Jarmusch. Poi invece fortunatamente di materiale ne ho recuperato tanto, ma mi affascinava l’idea di utilizzare quella tecnica illustrativa per raccontare la storia. Così ho contattato Wallie e lui è stato molto disponibile.

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