Blog DIGIMON(DI) – 25 aprile 2020, domande sui diritti e sulle libertà (grazie a Giorgio Agamben)

“La scienza è diventata la religione del nostro tempo. L’analogia con la religione va presa alla lettera: i teologi dichiaravano di non potere definire con chiarezza che cos’è Dio, ma in suo nome dettavano agli uomini delle regole di condotta e non esitavano a bruciare gli eretici; i virologi ammettono di non sapere esattamente che cos’è un virus, ma in suo nome pretendono di decidere come devono vivere gli esseri umani.”                                 

 

Giorgio Agamben, intervista in “Nuove riflessioni”

 

Risulta curioso, e persino preoccupante, che le uniche voci serie “dissidenti” dalle imposizioni del Governo di questi mesi di quarantena obbligatoria, siano quelle di due intellettuali di un’altra generazione: Giorgio Agamben (classe 1942, la stessa di Renato Nicolini…) e Sabino Cassese (classe 1935). Come se le generazioni cresciute dagli anni ’60 in poi (come la mia) fossero del tutte impreparate e incapaci di reagire di fronte all’eccezionalità dell’evento. Eppure, in poche settimane, siamo riusciti a farci togliere, come non era mai accaduto prima in queste dimensioni, le principali libertà dell’uomo. Non un fastidioso “blocco del traffico” o le “targhe alterne”. No, abbiamo accettato per paura di una malattia infettiva che ci venisse impedito di uscire dalle nostre case, facendoci mettere tutti agli “arresti domiciliari” come unica arma per contrastare il virus.

La soggettività di questa narrazione è palese, eppure gran parte di noi l’hanno accettata come una sorta di “necessità”: per proteggere il bene primario (considerato la salute), abbiamo scelto di perdere altri beni come la libertà di muoversi, incontrarsi con gli altri, viaggiare, ecc…

Forse la colpa è di Massimo Troisi…. è lui che, nel finale di Ricomincio da tre, risponde alla “frase fatta”: “quando c’è l’amore c’è tutto” con: “no, chell’ è ‘a salute!“… Sarà così che la difesa della nostra salute, bene primario senza ombra di dubbio, è diventato oggi talmente primario ed essenziale da cancellare le altre opzioni. Siamo sicuri che la salute sia davvero al primo posto nelle nostre libertà? Eppure i costituzionalisti scrissero al n.2 “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” e nell’articolo 13 “La libertà personale è inviolabile” e, solo all’articolo 32, proclama che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

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Quindi secondo i fondatori della Repubblica al primo posto ci stanno i diritti inviolabili dell’uomo, poi la libertà personale e solo più avanti il diritto alla salute.

Non voglio fare assolutamente qui il costituzionalista (so bene che ci sono eccezioni previste per situazioni di emergenza, e lascio ai giuristi la disputa sulle norme, decreti, leggi), ma solo segnalare che la scelta di mettere al primo posto la difesa della salute (indipendentemente dai metodi utilizzati) è già di per sé una scelta arbitraria, soprattutto se va a mettere in discussione i principi inviolabili dei diritti della persona.

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Quello che è accaduto e sta accadendo è un precedente pericolosissimo, che potrebbe un giorno diventare un “aggancio” clamoroso per potenziali dittatori che volessero proclamare dall’esecutivo delle leggi speciali utilizzando una “emergenza nazionale” (quante ne abbiamo vissute di emergenze, in Italia?).

Infine, e poi vi lascio alle parole sicuramente più precise e ficcanti di Giorgio Aganben, non possiamo non evidenziare come tutte le scelte finora fatte siano state finalizzate alla “protezione della salute dei cittadini”, lasciando come uniche libertà possibili la “produzione di beni essenziali”, la vita in famiglia, il consumo dei beni primari. Uno strano mix di capitalismo ortodosso e paternalista, dove anche la definizione di “beni essenziali” sembra riprodurre un mondo che non esisteva più da tempo, ovvero quello esclusivamente di una vita fatta di lavoro, produzione di merci, consumo di merci.  Ed ecco che beni primari dell’uomo, come la libertà di muoversi, di stare con altri, di essere felici, di viaggiare, di godere della natura, dell’arte e dei beni culturali, sono improvvisamente diventati irrilevanti, qualcosa non solo da mettere da parte ma persino, in casi estremi, da criminalizzare.

 

Una domanda

 

La peste segnò per la città l’inizio della corruzione… Nessuno era più disposto a perseverare in quello che prima giudicava essere il bene, perché credeva che poteva forse morire prima di raggiungerlo.
Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 53

 

Vorrei condividere con chi ne ha voglia una domanda su cui ormai da più di un mese non cesso di riflettere. Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia? Le parole che ho usato per formulare questa domanda sono state una per una attentamente valutate. La misura dell’abdicazione ai propri principi etici e politici è, infatti, molto semplice: si tratta di chiedersi qual è il limite oltre il quale non si è disposti a rinunciarvi. Credo che il lettore che si darà la pena di considerare i punti che seguono non potrà non convenire che – senza accorgersene o fingendo di non accorgersene – la soglia che separa l’umanità dalla barbarie è stata oltrepassata.
1) Il primo punto, forse il più grave, concerne i corpi delle persone morte. Come abbiamo potuto accettare, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?
2) Abbiamo poi accettato senza farci troppi problemi, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di limitare in misura che non era mai avvenuta prima nella storia del paese, nemmeno durante le due guerre mondiali (il coprifuoco durante la guerra era limitato a certe ore) la nostra libertà di movimento. Abbiamo conseguentemente accettato, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio.
3) Questo è potuto avvenire – e qui si tocca la radice del fenomeno – perché abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall’altra. Ivan Illich ha mostrato, e David Cayley l’ha qui ricordato di recente, le responsabilità della medicina moderna in questa scissione, che viene data per scontata e che è invece la più grande delle astrazioni. So bene che questa astrazione è stata realizzata dalla scienza moderna attraverso i dispositivi di rianimazione, che possono mantenere un corpo in uno stato di pura vita vegetativa.
Ma se questa condizione si estende al di là dei confini spaziali e temporali che le sono propri, come si sta cercando oggi di fare, e diventa una sorta di principio di comportamento sociale, si cade in contraddizioni da cui non vi è via di uscita.
So che qualcuno si affretterà a rispondere che si tratta di una condizione limitata del tempo, passata la quale tutto ritornerà come prima. È davvero singolare che lo si possa ripetere se non in mala fede, dal momento che le stesse autorità che hanno proclamato l’emergenza non cessano di ricordarci che quando l’emergenza sarà superata, si dovrà continuare a osservare le stesse direttive e che il “distanziamento sociale”, come lo si è chiamato con un significativo eufemismo, sarà il nuovo principio di organizzazione della società. E, in ogni caso, ciò che, in buona o mala fede, si è accettato di subire non potrà essere cancellato.

Non posso, a questo punto, poiché ho accusato le responsabilità di ciascuno di noi, non menzionare le ancora più gravi responsabilità di coloro che avrebbero avuto il compito di vegliare sulla dignità dell’uomo. Innanzitutto la Chiesa, che, facendosi ancella della scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo, ha radicalmente rinnegato i suoi principi più essenziali. La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede. Un’altra categoria che è venuta meno ai propri compiti è quella dei giuristi. Siamo da tempo abituati all’uso sconsiderato dei decreti di urgenza attraverso i quali di fatto il potere esecutivo si sostituisce a quello legislativo, abolendo quel principio della separazione dei poteri che definisce la democrazia. Ma in questo caso ogni limite è stato superato, e si ha l’impressione che le parole del primo ministro e del capo della protezione civile abbiano, come si diceva per quelle del Führer, immediatamente valore di legge. E non si vede come, esaurito il limite di validità temporale dei decreti di urgenza, le limitazioni della libertà potranno essere, come si annuncia, mantenute. Con quali dispositivi giuridici? Con uno stato di eccezione permanente? È compito dei giuristi verificare che le regole della costituzione siano rispettate, ma i giuristi tacciono. Quare silete iuristae in munere vestro?

So che ci sarà immancabilmente qualcuno che risponderà che il pur grave sacrificio è stato fatto in nome di principi morali. A costoro vorrei ricordare che Eichmann, apparentemente in buon fede, non si stancava di ripetere che aveva fatto quello che aveva fatto secondo coscienza, per obbedire a quelli che riteneva essere i precetti della morale kantiana. Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà.

13 aprile 2020
Giorgio Agamben