Blog OM – Atea Mistica Meccanica

Soul della Pixar, Moondog il vichingo della Sesta Avenue, i dischi di Dustin Laurenzi e le macerie del cinema Santa Lucia di Lecce: OM saluta il 2020

Nicolò è il primo a mandarmi su whatsapp una foto delle macerie del cinema Santa Lucia, improvvisamente abbattuto una mattina di fine settembre per il risveglio traumatico dei leccesi. Per un po’ facciamo i cinici, io scherzo sugli amori adolescenziali mai iniziati o solo timidamente approcciati tra le poltrone di quella sala. Lui, architetto, è basito che la ditta edile abbia dato il via alla demolizione senza affiggere alcun cartello di inizio lavori. Sua moglie Federica, con cui ho diviso illuminazioni e abbagli sin dai tempi del liceo, negli anni mi aveva più volte proposto di “inventarci qualcosa” per salvare l’edificio da questa fine. Stamattina ho visto Soul di Pete Docter e Kemp Powers nella stessa sala dell’Auditorium di Roma dove ho assistito ad innumerevoli esibizioni di quella che il padre del protagonista del film Pixar chiama “black improvisational music”, in squisito accordo con il rifiuto da parte di un’intera ala di musicisti della definizione “jazz”, considerata un’imposizione degli impresari bianchi. Disney ha affermato che non porterà poi Soul nelle sale, ma direttamente sulla sua piattaforma streaming a Natale 2020: è la nuova politica del colosso, intenzionata a prediligere la distribuzione online a scapito di quella nei cinema, come il fu Santa Lucia di Lecce. Qualcuno ha suggerito alla Festa di Roma di annullare la proiezione, e alla stampa accreditata di boicottare il film. Io pensavo solo a Moondog, morto nel ‘99. Nessun ambiente musicale credo abbia subito il bollettino di perdite artistiche da virus come quello jazzistico statunitense in quest’annata, una community fatta di musicisti sempre in tour tra un ingaggio e l’altro (come la Dorothea Williams di Soul) per guadagnarsi una vita dignitosa, e spesso impossibilitati ad una pensione tra gli agi, se non grazie a fondazioni e enti: ed è così che abbiamo perso Lee Konitz, Ellis Marsalis, Henry Grimes, Giuseppi Logan… Il film di Docter e Powers racconta una parabola assai più pacificata, per quanto cerchi un aggancio importante con la spiritualità ascensionale che regge il misticismo della musica nera e le sue strutture ancestrali, cicliche ed eternamente ritornanti. Per farlo, riporta back to basics le magie dell’animazione pixariana, fino ad una linea continua quasi debitrice di Osvaldo Cavandoli: è vero, il jazz si nasconde nei conti che non tornano, nei numeri mancanti sul pallottoliere, nella scintilla senza scopo, nei cats che si perdono nella “bolla” – Moondog avrebbe oggi 104 anni, me lo ricordano le liner notes di Behold, lo straordinario seguito che Dustin Laurenzi, sassofonista di Chicago, ha dato a maggio al suo album precedente, uno dei più strepitosi del 2019, Snaketime – The music of Moondog. Si tratta delle testimonianze live di una band di assi della scena attuale, impegnata a battagliare sullo scheletro di canzoni scritte a cavallo tra i ’60 e i ’70 dal “vichingo della Sesta Avenue” di New York, Louis Hardin detto Moondog. Folle compositore cieco noto a Manhattan per il suo appostarsi sul marciapiede con un elmetto norreno con tanto di corna, è apertamente evocato dal personaggio di Moonwind di Soul, weirdo di strada che si porta appresso lo stesso armamentario da meditazione degli strumenti che Hardin si costruiva da sé.
Moonwind è forse la cosa più vera della New York disegnata da Docter e Powers – mentre mi aggiravo per quelle stesse strade qualche anno fa alla ricerca di Pharoah Sanders e Charlie Parker, mi parve quasi di scorgere Hardin in piedi all’angolo, divisa vichinga e tutto il resto, un attimo prima di entrare a vedere Miles Ahead in un cinema del Village. È un pezzo di quella spiritual unity che viene rivelata alla fine di Soul. Così come sono strasicuro che due fidanzatini adolescenti emozionati per il loro primo Assayas in sala sono ancora seduti sulle sedie di ferro dell’arena sul tetto del Santa Lucia divertiti dal fatto che invece di Clean i gestori abbiano montato per errore una copia di The Clan, di Christian De Sica.

Articolo pubblicato originariamente su Sentieri Selvaggi 21st n.7

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