BLOG – True Detective: Come eravamo, Prima della rivoluzione (digitale)

 

 

 "Me ne sono andato Non esistevo più. Sentivo solo il suo amore…e poi mi sono svegliato"

 

LA VISIONE COME FURTO

 

C’è qualcosa di imperscrutabile nel successo, che va oltre i numeri, di True Detective. Già il fatto che stiamo qui a scriverne e a parlarne (e non siamo soli, ma in tanti), pochi mesi dopo la sua “uscita televisiva” americana (gennaio) e un bel po’ di mesi prima di quella, annunciata a settembre 2014, italiana, segna uno “scarto” definitivo sui consumi culturali del “secolo di Internet”.

Oggi nessuno è più in grado di imporre “il tempo della visione”. Non lo capiscono ancora le organizzazioni dell’industria cinematografica che restano legate alle “windows” per gestire le varie aree della diffusione dei loro prodotti (sala cinematografica, home video, streaming, cable tv, satellite, tv generalista, ecc..), mentre in qualche modo lo sta comprendendo Sky, che ormai permette di registrarsi comodamente le puntate delle serie e vedersele quando si vuole. Ma ancora, pure Sky, è dentro il tempo del palinsesto imposto dalla Rete Televisiva.

E allora lo spettatore inquieto di questi anni, non vuole aspettare, non vuole subire il “tempo della serialità”, ma sceglie di godersi dei propri piaceri visivi nei tempi personali, privati, della visione dalla rete. E se un tempo (gli anni ‘90, ricordate Twin Peaks?), la serialità era anche fatta del “tempo dell’attesa” della nuova puntata, oggi le serie possono essere consumate come un’unica infinita maratona personale, spandibile nel proprio soggettivo spazio/tempo privato. Insomma: il tempo della visione è ormai fuori dalle mani dell’industria: “è lo spettatore bellezza, e tu non puoi farci niente”…

 

Ed ecco che migliaia di persone hanno “già visto” una serie che, ufficialmente, ancora non esiste, in Italia. Critici, intellettuali, giornalisti e “spettatori comuni” ne dibattono tranquillamente, di fatto confessando allegramente un piccolo/grande reato di massa: lo scaricamento della serie tv dalla rete, resa poi più facilmente fruibile dalle “cooperative” di traduttori che li sottotitolano per tutti noi. Improvvisamente un’operazione apertamente condannata dalla nostra industria dell’audiovisivo, diventa uno “stile culturale”, ufficialmente approvato proprio dall’establishment culturale e intellettuale che, fino a ieri, era il paladino della difesa del copyright secondo i vecchi dettami del secolo scorso…. Improvvisamente se vuoi essere al passo con i tempi del “dibattito culturale” devi ufficialmente compiere un “atto illegale”, per quanto questo sia compiuto da milioni di persone quotidianamente, e accettare giocoforza che il “sistema cinema” così com’è stato concepito è ormai definitivamente MORTO.

 

Niente di nuovo, in fondo. Solo la messa in scena di una morte già annunciata. Solo la messa in evidenza di limiti e lacune e aree di nuovi consumi che già da tempo intravediamo e pratichiamo un po’ tutti.

 

E’ proprio questo “niente di nuovo”, in fondo, ad apparire come elemento caratterizzante di True Detective. Non ci sta nulla in questo contenitore “finale” del post- moderno, che non sia stato già visto, letto o sentito in qualche altra produzione culturale (tv, cinema, letteratura, fumetto, musica, fate voi….) di questi anni.  La novità sta nella sua clamorosa ricomposizione e messa “a nudo”, qualcosa che tutti potevamo vedere in frammenti, in segmenti, che oggi viene come ricatalogata narrativamente e messa alla luce degli occhi di tutti.

 

C’è una strana, curiosa assonanza tra lo stile di True Detective (che gioca sul furto delle idee, sulla messa in circuito di tante soluzioni narrative sperimentate in varie arti in questi anni) e lo stile del consumo della Serie stessa da parte dello spettatore (che mette in gioco la pratica del furto nella rete delle visioni cinetelevisive di questi anni).

Stiamo parlando di furti, stiamo parlando di arte. Forse dovremmo citare Genet…

 

C’ERANO UNA VOLTA GLI ANNI NOVANTA…

 

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