Brighton 4th, di Levan Koguashvili

Diretto da uno dei più importanti registi georgiani, uno spaccato tragicomico e potente che racconta la storia toccante di un padre e un figlio perso nella periferia post sovietica di New York.

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Arriva finalmente in sala, dopo oltre due anni di attesa, Brighton 4th di Levan Koguashvili, uno dei più importanti registi georgiani. Tragicomico e potente, selezionato dalla Georgia per concorrere ai Premi Oscar 2023 nella categoria “Miglior Film Internazionale”, il film aveva già ricevuto 3 premi al suo esordio al Tribeca quali “Miglior Film Internazionale”, Miglior Attore” e “Miglior Sceneggiatura”. Una storia toccante, che ha un inizio folgorante, per sensibilità e capacità di muoversi con naturalezza nel flusso della vita di tutti i giorni, nel tormento di coloro che sono costretti ad abbandonare la propria terra. Neorealista dell’est con la forza della contaminazione di genere, spaziando dal thriller al dramma esistenziale, equilibrista tra grottesco e quadretti esilaranti.

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Tra l’altro, il regista è stato già candidato dalla Georgia ai Premi Oscar del 2011 con il suo Street Days. Brighton 4th racconta la storia di Kakhi, un ex campione olimpionico di lotta (interpretato da Levan Tediashvili, realmente 2 volte campione di freestyle alle Olimpiadi nel 1972 e nel 1976, 5 volte campione del mondo e rimasto imbattuto dal 1971 al 1976) che viaggia da Tbilisi a Brighton Beach, quartiere periferico di New York popolato di immigrati dell’ex URSS, per far visita a suo figlio Soso (Giorgi Tabidze) che non sta studiando medicina, come credeva Kakhi, ma sta lavorando per una società di traslochi. Vive in una squallida pensione, a tutti gli effetti condominio della disgregata Unione Sovietica, e ha accumulato un debito di gioco di 14.000 dollari con un capo della mafia locale. Quei soldi servivano ad organizzare il matrimonio di convenienza con Lena e ottenere la fatidica “green card”, necessaria per il riconoscimento dei basilari diritti civili.

Per aiutare il figlio, Kakhi propone al mafioso, ex lottatore, di combattere con lui: sulla spiaggia deserta, come in un singolar tenzone, se Kakhi vincerà, il debito del figlio sarà estinto. Dopo una parte centrale meno convincente, probabilmente eccessivamente frettolosa, si giunge ad un finale davvero bello, in cui c’è il coronamento di una contrapposizione generazionale, l’irrequietezza e la fragilità contemporanea con la solidità e l’autenticità del passato, fatta di prese e schienate, senza tregua. A Brighton Beach, in cui un’altra schienata si spera, proprio dove si regoleranno i conti, si parla poco inglese, è dominio dei post sovietici, rappresenta il purgatorio per l’inferno o il paradiso e l’America sembra ancora davvero lontana, si fa miracolosamente periferia. Quando a Kakhi gli chiedono se ha nostalgia del suo Paese, risponde, senza fronzoli, che in realtà gli manca solo il suo cane, senza nome, perché superfluo, evidentemente, per sentire comunque forte il richiamo. I non professionisti tra la maggior parte degli interpreti, rende tutto ancora più vero, fino a ritrovarsi in una sorta di “antimondo” capace di deglutire la contemporaneità raramente così distante.

Titolo originale: id.
Regia: Levan Koguashvili
Interpreti: Levan Tedaishvili, Giorgi Tabidze, Nadezhda Mikhalkova, Irakli Kavsadze, Tornike Bziava, Anastasia Romashko, Giorgi Kiphidze, Laura Rekhviashvili, Irma Gachechiladze
Distribuzione: Invisible Carpet
Durata: 90’
Origine: Georgia, Russia, Bulgaria, USA, Principato di Monaco, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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Il voto dei lettori
4.5 (2 voti)
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