Bruce Willis: il tempo (non) inganna

Bruce Willis in Trappola di cristalloCon un riflesso condizionato, gli occhi puntano dritti alla canottiera, quello straccio di cotone che conosce tutte le sfumature del bianco sporco. Eppure, se scolliamo lo sguardo dall’emblema della figura accidentalmente eroica, mettendo a fuoco la mano che impugna il suo ormai naturale prolungamento col colpo in canna, scopriamo un dettaglio che avvicina l’uomo e il personaggio.

Bruce Willis indossa l’orologio al contrario, il quadrante rivolto verso l’interno del polso. Basta un movimento millimetrico perché sappia dirci che ora è: un retaggio dell’abitudine – dura a morire – ad avere i secondi contati, e un sentimento di temporaneità che precede l’icona action, anticipa una fortunata relazione di celluloide con le gite fuori epoca, scavalca le trappole di cristallo che ce lo hanno (im)posto come stoico fachiro del vetro. L’ispettore Coliandro, nella sua rievocazione umana troppo umana di John McClane, finiva con l’evitare vigliaccamente una passeggiata sui cocci facendosi portare in spalla da Cecilia Dazzi: Willis avrebbe masticato una smorfia a metà tra fastidio e autocompiacimento.

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Bruce Willis e Vincent d'Onofrio in Fire with FirePadre putativo di una generazione testosteronica eppure ancora troppo sottomessa all’impero del corpo per maturare rughe d’espressione sulla faccia, in Fire with Fire (in questi giorni nelle nostre sale) prende sotto la sua ala affettuosa e ruvida Josh Duhamel: testimone chiave nel processo contro Vincent D’Onofrio, boss pluritatuato e sadico adepto della supremazia ariana, il ragazzo è tallonato dai sicari malavitosi e dal tempo che s’assottiglia facendogli intravedere il ritorno coatto al programma di protezione. Proprio Willis gli tiene il conto, abbuonandogli qualche ora e urlando polemicamente la sua piccolezza in faccia agli agenti federali. Perché lui è un semplice poliziotto della strada con un fascicolo dolorosamente aperto. E per chiuderlo è pronto a spaccarti la faccia a mani nude. Non sarebbe la prima volta. Bruce ha aderito a centinaia di combattimenti veicolando un’idea vintage ed evergreen: contro il dominio intrusivo e spocchioso della tecnologia, lanciare la prima cosa che capita a tiro può diventare un’arte.

Nella saga di Die Hard ha applicato la regola persino a un’automobile, catapultata contro un aeroplano in volo. Poco importa se il suo sincero talento per la demolizione gli è costato una retrocessione di carriera, prima di intraprendere il lavoro della vita. Quando faceva il cameriere al Kamikaze Club di New York con la partner di allora Linda Fiorentino, la sua inefficienza lo declassò a barista: immaginiamo troppi bicchieri infranti prima di arrivare al tavolo. Proprio al bancone di un bar ci consegnava – ammiccante nonostante il grembiule da ragazzo di bottega – la sua versione del classico soul Respect Yourself: era il 1987, e la hit balzava come un proiettile molleggiato al quinto posto della classifica Billboard. Il debutto musicale da cui è tratto il singolo si intitola The Return of Bruno, e così era amichevolmente noto. Gli amici meno stretti lo chiamavano Buck Buck per la balbuzie che ha superato affidandosi alle cure omeopatiche del teatro. Periodicamente racconta la sua battaglia alle riviste patinate come ai periodici tematici e, quando l’intervistatore ruffianamente ribadisce l’associazione tra balbuzie e intelligenza, confessa che sì, ogni tanto incespica ancora. Scemo non è, come ha dimostrato incasellando roboanti successi di boxoffice assurti a cult di cassetta, portando avanti la parabola di uomini muscolari e/o contusi, spesso percorsi da demoni sotto la pelle che ne sporcano ulteriormente la canottiera.

Bruce Willis e Mos Def in Solo due oreNella galleria dei personaggi con gli occhiali troviamo il Bruce meno tonico e più frangibile. Detective accartocciati sulla bottiglia di whisky come quello di Solo 2 ore, che pure corre fino al cardiopalma dietro al testimone scomodo Mos Def in un western (sub)urbano. Sceriffi scarmigliati schiacciati da cappello e compiti sovradimensionati, alla ricerca di preadolescenti in fuga d’amore che ne mettono – legittimamente – in gioco le doti investigative quanto la miopia di fronte alla partitura policromatica dell’esistenza. Chirurghi plastici plagiati da sogni d’eterna giovinezza che rompono lo specchio per le allodole gettandocisi dentro, rialzandosi stropicciati illividiti e ancora dannatamente e fieramente umani. D’altronde la mortalità è un fantasma che non puoi aggirare neanche nel miglior titolo di M. Night Shyamalan, Il sesto senso. Willis lo sapeva dall’inizio e noi l’abbiamo appreso solo alla fine, e abbiamo rivisto in loop le scene in cui sembra interagire con il mondo esterno arrendendoci all’evidenza che no, nessuno lo ha mai visto. L’abbiamo visto passare per titoli dichiaratamente indistruttibili e sinceramente dimenticabili, accatastare generosi premi al Peggior Attore (la tripla vittoria ai Razzies del ’98 con Armageddon, Codice Mercury e Attacco al potere) come legna da ardere nella prossima esplosione, cimentarsi nella sceneggiatura di un flop clamoroso (Hudson Hawk, da lui strenuamente difeso come “troppo avanti per l’epoca”, dove cantava Side by Side al fianco di Danny Aiello). In poco meno di un ventennio ha percorso il tempo avanti e indietro senza invecchiare/ringiovanire di un secondo, e quando Rian Johnson in Looper lo ha rimandato nel 2044 per essere giustiziato dal suo looper, ve lo ha spedito senza il rituale cappuccio bianco dei condannati: i suoi occhi riflessi in quelli di Joseph Gordon-Levitt accendono un vicendevole imprinting. 

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Nell’arco di una filmografia sterminata ha contribuito attivamente alla guerra dei sessi in almeno due occasioni degne di nota: rompendo la quarta parete insieme a Cybill Shepherd nella celebre serie Moonlighting ed ascoltando in silenzio a braccia conserte la più concitata, lacrimosa e stremata dichiarazione di pace dopo una separazione. Accade in Storia di noi due, dove Michelle Pfeiffer comincia col proporre il solito vecchio rumoroso ristorante cinese e finisce con l’affermare “So di che umore ti svegli: basta guardare quale sopracciglio alzi”. Sorridendo, affettuosamente annuiamo.