"Buongiorno, notte", di Marco Bellocchio

buongiorno notteDa un’appartamento all’altro, da una finta famiglia “a tre”, con tutto il mondo che resta al di fuori dei “sognatori” di Bertolucci, alla finta famiglia “a cinque (+ uno), del film di Bellocchio. E’ curioso come siano straordinariamente collegati i film dei due grandi cineasti italiani. L’inizio e la fine dei sogni. Sempre da un posto chiuso, concentrazionario, quasi asfissiante. Eppure in quel momento tale da sembrare “necessario”. La realtà stratificata sui corpi e gli sguardi dei giovani protagonisti, reinventata per dargli un valore aggiunto, quello del cinema. Sembrano davvero essere le case le vere protagoniste di questi due piccoligrandi capolavori, con i loro corridoi attraversati da corpi ancora pieni di speranze, di ideali, di sogni appunto. Ma i sogni, così intrepidamente lanciati ed aperti dal più “sognatore” dei registi italiani (e non solo, sempre più Bertolucci appare un cineasta apolidecosmopolitaextraterrestre…) nel film di Marco Bellocchio (umano, troppo umano…) trovano come un luogo di destinazione finale. Perché, forse, a pensarci bene, tutto Buongiorno notte puo’ essere un sogno, anzi un incubo, come quello in cui fu ricacciata un’intera generazione il 16 marzo del 1978. Quando, dopo aver gridato al mondo (sordo e cieco) la voglia di ridere scherzare ironizzare giocare, di vivere insomma l’infanzia-vita con più gioia e libertà possibile, si venne rinchiusi nel tunnel dell’orrore delle (logiche delle) armi. Ecco se c’è una cosa che non ho mai perdonato personalmente, e scusate l’inciso “in soggettiva”, ai brigatisti, fu proprio quello di aver cancellato con un colpo la voglia e il desiderio di immaginare una vita-mondo nuova, diversa. Se da venti e più anni a questa parte i giovani hanno perso la speranza nel futuro è anche per le sciagurate azioni di alcuni che, un giorno, si arrogarono il diritto di decidere ed agire “in nome degli altri”. Ma nessuno li aveva mai eletti o delegati a nulla, e quei tristi signori li vedevamo comparire (era il 1977, anno di sogni, del movimento dei “non garantiti” dell’arrivo del punk e di Incontri ravvicinati del terzo tipo…) sempre in maniera furtiva, nelle assemblee dove non parlavano mai, e lasciavano solo i loro comunicati farneticanti, e nelle manifestazioni, dove esibivano i loro “fallici” oggetti di piombo. Se c’e’ una cosa che Bellocchio sa raccontare meglio di tutti del terrorismo, e non so neppure quanto coscientemente, ma in questo sta ancor piu la grandezza artistica di Marco, è proprio questo silenzio dei brigatisti. Che non a caso fa da contrasto con le parole che sono venute dopo, con interviste racconti libri, ecc… Questi ragazzi non parlavano. Non erano in grado di farlo. Lanciavano proclami. Se avessero avuto la forza e il coraggio di parlare con gli altri, in mezzo a quelli che loro chiamavano “compagni”, non avrebbero mai agito così. Giovani disperati ragazzi muti e sordi degli anni settanta, che qualcuno avrebbe dovuto prendere per mano, disarmandone gli animi prima delle mani presto insanguinate. E il silenzio incombe nella casaprigione, e le uniche parole sono affidate al personaggio di Moro. E’ davvero un incubo il mondo che Buongiorno notte sembra raccontarci, un tunnel gelido e freddo come la “panchina di Lenin” del sogno di Chiara. Chiara che osserva, pensa, soffre, piange. Ma rispetto agli altri ragazzi del gruppo di terroristi ancora ha la capacità di sognare. “Ho smesso di sognare”, le dirà invece il suo compagno finto marito, in una lapidaria affermazione di autoocclusione dall’immaginazione. Ecco, se vogliamo, il rapimento Moro e, soprattutto, la sua uccisione (insieme alla scorta, non dimentichiamo che la parola “morte” era inscritta nella genesi del rapimento stesso), sembrano proprio rappresentare questa cesura, questa mannaia della storia contro l’immaginazione.  E Bellocchio sembra raccontarci di fantasmi. Sembrano più fantasmi i cinque terroristi che si muovono furtivamente e silenziosamente nella casa, togliendosi e mettendosi le fedi della “finzione”, chiusi lì a interrogare e a guardare la televisione, oppure quei magnifici “sogni” di Chiara, con Moro-Roberto Herlitzka che cammina placidamente per i corridoi della casa? In questo straordinario gioco di ruolo dell’immaginario che è Buongiorno, notte, le realtà sono sempre due, la realtà e il sogno. Ma non sappiamo quale sia piu’ “vera”.  E Bellocchio ci regala l’ennesimo (per il Festival, non per lui) film sui padri, padri mancati, padri dimenticati, padri amati, padri “necessari”. E Moro diventa suo padre, mio padre, nostro padre. Con la sua saggezza, la sua umanità, il suo dolore. E i terroristi possono, in un sogno di Chiara, forse il più folle e angosciante, ma anche il più tenero, farsi il segno della croce a tavola, prima di iniziare a mangiare, nel nome del padre…  Padre che alla fine del film cammina tranquillo e sorridente per la strada, uomo finalmente libero, dai terroristi, dalla politica, dalla Storia. E quel Moro sorridente ci restituisce il senso di una possibile libertà che oggi più che mai solo i sogni (e l’immaginario liberato) possono darci.

 

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Regia: Marco Bellocchio

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Sceneggiatura: Marco Bellocchio
Fotografia: Pasquale Mari
Montaggio: Francesca Calvelli
Musica: Riccardo Giagni
Scenografia: Marco Dentici
Costumi: Sergio Ballo
Interpreti: Maya Sansa (Chiara), Luigi Lo Cascio (Mariano, Pier Giorgio Bellocchio (Ernesto), Giovanni Calcagno (Primo), Paolo Briguglia (Enzo), Roberto Herlitzka (Aldo Moro)
Produzione: Marco Bellocchio, Sergio Pelone per Filmalbatros/Rai Cinema. In collaborazione con Sky
Distribuzione: 01 Distribuzione
Durata: 105'
Origine: Italia, 2003