"Buried – Sepolto", di Rodrigo Cortez

Ryan Reynolds in Buried - Sepolto di Rodrigo CortezIl lavoro sul tempo del racconto è l'aspetto più appariscente del film di Rodrigo Cortez. Il regista spagnolo voleva in tutti i modi essere paragonato ad Alfred Hitchocok e ci è riuscito anche a costo di giocare sporco con lo spettatore. Tuttavia, Buried ha dimostrato altre qualità – il lavoro sullo spazio e una buona dose di ironia – che gli hanno fortunatamente impedito di perdersi nel piacere sadico di possedere la chiave del meccanismo

Ryan Reynolds in Buried - Sepolto di Rodrigo Cortez

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Lodare Rodrigo Cortez per il suo lavoro sul ritmo del racconto sarebbe abbastanza superfluo. In questo senso, Buried – il suo secondo lungometraggio dopo Concursante del 2007 – rappresenta un vero e proprio esercizio di stile, con tutti i pregi e i difetti che ciò potrebbe comportare. Anche nel caso in cui non la avesse dichiarata in modo esplicito, la sua devozione verso Alfred Hitchcock si fa notare anche in banali scelte di design come quella dei titoli di testa, chiaramente ispirata alle creazioni di Saul Bass. Cortez ha fatto un film con un uomo, una bara, un accendino e un telefono cellulare e per di più è stato capace di girarlo quasi in totale rispetto delle tre unità aristoteliche. Queste sono qualità che nessuno gli può negare: è necessario evidenziare la nuda verità che il regista spagnolo ha del talento per la messa in scena e per il montaggio. Tuttavia, proprio in questo elemento tanto appariscente c’è qualcosa che lascia ugualmente perplessi ed impedisce una sua consacrazione definitiva: Cortez non sembra innamorarsi del suo film, e tanto meno del cinema che ha intenzione di fare, quanto più del potere che la sua posizione gli ha conferito verso gli spettatori. Se ne invaghisce al punto da sottoporre il suo attore ad un gioco sadico, che è lo stesso che è costretto a subire il pubblico ed è reso possibile dalla comune impotenza davanti all’accesso alle informazioni (la vicinanza o meno delle voci fuori campo del telefono, ad esempio). Quella di forzare la mano nel rispetto delle regole – il finale è un vero e proprio colpo basso – era l’unica strada per far arrivare a novanta minuti un’idea che altrimenti avrebbe tenuto il tempo di un episodio televisivo: è un peccato che si è disposti a perdonare, vista anche la mancanza di mezzi per fare qualsiasi altra cosa. Più che la cura riposta sul tempo del racconto, la sua azione più pregevole è quella sullo spazio: attraverso le luci e un brillante lavoro sull’attore e sugli angoli della ripresa, l’ambiente poco confortevole della bara è un posto in cui può capitare qualsiasi cosa e in cui le sorprese possono sempre spuntare fuori da un momento all’altro. Ryan Reynolds ha la faccia giusta per apparire anonimo come dovrebbe essere il suo personaggio, in cui tutti dovrebbero facilmente identificarsi: Cortez spinge su questo tasto al punto da trasformare la sua caccia ad un utile aiuto tramite il Blackberry in un viaggio frustrante attraverso numeri utili e voci femminili di centralino. A quel punto – oltre a vivere l’incubo claustrofobico per eccellenza – chi ne segue la lotta per l’aria e per la luce deve anche mostrare solidarietà ed empatia per la sua delirante disavventura tra i vari call-center di assistenza. Il regista spagnolo dimostra una discreta dose di ironia, oltre al talento nel costruire situazioni ad effetto (anche a costo di forzarlo). Il primo esame lo ha superato, ma la lode deve ancora guadagnarsela.

Titolo originale: Buried
Regia: Rodrigo Cortez
Interpreti: Ryan Reynolds, Stephen Tobolowski, Robert Paterson, José Luiz Garcia Perez, Samantha Mathis
Distribuzione: Moviemax
Durata: 90'
Origine: Spagna, 2010

 

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