"Cabin Fever", di Eli Roth

Lo sguardo di Eli Roth è proteso verso una rappresentazione raggelata dell'orrore e il suo film è un tentativo, divertito e interessante, di riprodurre la libertà formale del New Horror

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Eli Roth è un regista atipico: formatosi alla corte di David Lynch, esordisce nel lungometraggio con un curioso oggetto filmico che, ad un livello primario, appare come una sintesi perfetta dell'Horror viscerale partorito dal cinema negli anni Settanta e Ottanta. Un film che ripercorre i sentieri già battuti da Raimi, Boorman, Hooper e Craven attraverso citazioni molto circostanziate e, soprattutto, mediante un gusto del sangue esibito che rende Cabin Fever una delle pellicole più umorali degli ultimi anni. Mentre altrove si riscopre il gusto dello spavento e della suspense, Roth, con gusto da cattivo studente, si diverte a imbrattare la lavagna indugiando su sapori e colori di un cinema malsano e disturbante, tratteggiando il suo quadretto di malaumanità destinata a perpetrare i suoi errori e a crescere attraverso la devastazione della pelle e della mente.

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Ma Roth non ha la velleità di critica sociale che animava i suoi progenitori: il suo sguardo è lucidamente proteso verso una rappresentazione stilizzata, raggelata dell'orrore, con un umorismo grottesco e "scorretto" che asciuga il testo dalla visceralità in eccesso, annulla qualsiasi progressione drammatica e rivendica il proprio essere un divertito esercizio di stile. In effetti la sensazione predominante durante la visione è che, contestualmente alla ricognizione/ricontestualizzazione delle forme tipiche del New Horror, Roth abbia lavorato a dribblare ogni deriva polemica del racconto. Il suo guardare indietro, agli albori di un genere cinematografico virulento e "arrabbiato", alle radici barbare di un'umanità che nel bosco ritrova la propria matrice selvaggia e sanguinaria, è mediato da uno sguardo asettico, conscio di volere riprodurre soprattutto la libertà formale di quell'Horror lontano. Perciò Roth lascia che, nel fornire un nuovo ricorso storico, il film maceri lentamente, per osservarne l'effetto dissacrante, scorrettamente esplosivo.


In tal senso Cabin Fever è un film che si sviluppa secondo la logica dell'ossimoro: divertito nella progressione, ma inquieto nello sguardo; allucinato, quasi onirico e "scomposto" nella scansione degli eventi, eppure lucido nel rifarsi a schemi e forme di un passato che tiene ben presente ad ogni sequenza; con personaggi tipizzati eppure molto reali nella loro paura di perdere coscienza/consistenza di sé; visivamente ricercato nei suoi violenti impasti colorifici, che pure lentamente involvono verso un bicromatismo luce/ombra atto a rimarcare la discesa progressiva nell'incubo. Un film che è contemporaneamente l'ultimo baluardo di un cinema "resistenziale" e la sua parodia.


Per tutto questo, dunque, Cabin Fever dimostra di non essere un'opera che specula sul passato, ma un Horror capace di suscitare interesse. Un film che non cerca il facile consenso del pubblico, ma sa invece disattendere le attese e porsi in volontario fuoricampo rispetto al cinema presente.


 


Titolo originale: Cabin Fever
Regia: Eli Roth
Sceneggiatura: Eli Roth, Randy Pearlstein
Fotografia: Scott Kevan
Montaggio: Ryan Folsey
Musica: Nathan Barr, Angelo Badalamenti
Scenografia: Franco Giacomo Carbone
Costumi: Paloma Candelaria
Interpreti: Jordan Ladd (Karen), Rider Strong (Paul), James DeBello (Bert), Cerina Vincent (Marcy), Joey Kern (Jeff), Joe Adams (il killer),  Giuseppe Andrews (deputato Winston), Richard Boone (Fenster), Arie Verveen
Produzione: Eli Roth, Lauren Moews, Sam Froelich, Evan Astrowsky
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 94'
Origine: Usa, 2002


 


 

 

 

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