CANNES 64 – “Drive”, di Nicolas Winding Refn (Concorso)


Ryan Gosling torna a mostrare la sua bravura d'interprete a Cannes dopo Blue Valentine, ma purtroppo Refn è troppo impegnato a tentare di convincersi e convincerci che no, non sta girando un action di quelli basati sui motori rombanti, né tantomeno un bel b-movie secco, duro e spedito com’è il romanzo noir di James Sallis su cui il suo film si basa. Per carità – come al solito nel cinema dell’autore danese, ogni cosa è qualcos’altro

Il problema più grosso di alcuni cineasti sono i propri fan. Non è chiaro se è per paura di scontentare o turbare la foltissima schiera di ammiratori che ne hanno fatto una firma di assoluto culto, o per un amor proprio che non avrebbe tollerato di sminuire talmente tanto il proprio talento, ma Nicolas Windin Refn passa la gran parte del tempo speso dietro la macchina da presa per girare Drive a tentare di convincersi e convincerci che no, non sta girando un action di quelli basati sui motori rombanti, né tantomeno un bel b-movie secco, duro e spedito com’è il romanzo noir di James Sallis su cui il suo film si basa. Per carità – come al solito nel cinema dell’autore danese, ogni cosa è qualcos’altro.
C’è una sequenza da questo punto di vista emblematica, perché rappresenta uno dei topoi del genere, e la terrificante trasfigurazione che Refn ci attua sopra. In un ascensore, il protagonista Ryan Gosling è in compagnia della donna di cui si è innamorato, Carey Mulligan, e di un omaccione che si intuisce avere intenzioni omicide nei suoi confronti. Quello che sotto lo sguardo di alcuni cineasti classici come il più volte tirato in ballo Walter Hill (ma addirittura anche per Rob Cohen…) si sarebbe sicuramente risolto come un essenziale crescendo di tensione all’interno dello stretto cubicolo dell’elevatore, magari evitando del tutto l’azione o riducendola ad un deciso climax, diventa in Drive il ridondante e compiaciuto balletto con cui Refn prima ferma il tempo in modo da concedere alla coppia un lungo bacio appassionato fasciato da musiche ‘gonfie’, e poi imprime un’accelerazione violenta che si conclude con l’eliminazione sanguinosissima dello sgherro, a cui viene sfondata la testa a colpi di calci. E così la rapina andata male dell’inizio del film diventa il pretesto per ralenti su crani che esplodono, e le notti passate dal protagonista a vagare in macchina per la città sono filtrate dalla colonna sonora elettronica che ovatta tutto all’interno di una superficie extracool, come fossimo ancora tra i guerrieri vichinghi dell’insopportabile Valhalla Rising.
A Refn questa sensazione di flusso narcotizzato, sotto stupefacenti o sedativi a seconda delle circostanze, in cui imbeve i film sino a renderli comfortably numb sembra importare più di tutto, dei personaggi e del rispetto per il cinema. E così Drive, sino ad una sezione finale difficilmente difendibile in cui anche il confronto con il boss cattivo sulla spiaggia di notte finisce filtrato dal ritmo da rave delle luci che a intervalli regolari illuminano il bagnasciuga al buio, va perdendosi progressivamente quella che in partenza era una storia d’amore per un istante decisamente tenera e ‘calda’. Insieme a una bella manciata di personaggi e maschere con cui altri cineasti di forza visiva magari minore ma approccio ben più umile, come ad esempio James Foley, avrebbero costruito un film infinitamente più onesto, tra cui le belle interpretazioni di un Ron Perlman senza freni, e di un Ryan Gosling di letale disperazione, attore molto amato dalla Croisette che qui a Cannes ha portato le due prove ad oggi migliori della sua carriera.

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