#Cannes 68 – La giusta distanza di Nanni Moretti: Mia madre

Una stanchezza creativa quasi dichiarata che ha qualcosa di magico e inafferrabile. Cinema e vita scorrono paralleli e s’intersecano. E dietro il lavoro della macchina-cinema è inarrestabile.

Ci sono gli oggetti della memoria: i libri di latino, gli scatoloni, la casa che è un set che sembra essere vissuto tutta una vita. Mia madre è un altro ‘journal intime’ come Caro diario, un film dove la vita e il cinema scorrono parallelamente e s’intersecano in continuazione. Senza soluzione di continuità. Da Il caimano, il corpo di Moretti/Michele Apicella si è come provvisoriamente dissolto, reincarnandosi però in Silvio Orlando in quel film e in Margherita Buy in questo. Proprio la protagonista, al terzo film con il cineasta, sembra rappresentare il suo doppio, le sue tensioni. Margherita, sospesa tra il film in lavorazione con un attore incontrollabile e la madre gravemente malata e prossima alla morte, rispettivamente interpretati da uno scatenato John Turturro e un’intensa Giulia Lazzarini.

john turturro e margherita buy in mia madre

Le tracce del melodramma di La stanza del figlio sono qui raggelate. Mia madre è troppo dentro la struttura autobiografica per provocare empatia emozionale. Ma sembra avere un istinto quasi da film terminale nipponico, tipo Departures, nel suo danzare tra l’al di qua e al di là della vita. Nel cinema di Moretti, in cui dopo lo stratosferico Habemus Papam, si avvertono le prime crepe di una stanchezza creativa quasi dichiarata che però possiede qualcosa di magico. Il regista e attore che si ritaglia un altro personaggio è solo un effetto secondario di questa altra strada che, sempre a istinto, prende il suo cinema. Ancora così mutante che non necessita di nessun disegno teorico.

nanni moretti in mia madreForse i film gemelli a Mia madre potrebbero essere Caro diario e Aprile. Per come il Moretti cinefilo entra nel film. Stavolta Stanley Kubrick, prima Henry pioggia di sangue e Il pasto nudo o Michael Mann e Kathryn Bigelow. Ma si avvertono i circa 20 anni passati tra quei film. Mia madre potrà anche disorientare, però è ancora una nuova fase del cinema del regista, tra i pochissimi in Italia che riescono a mutarsi restando uguali a se stessi. E il suo invecchiamento è così visibile e spontaneo. E non è da confondere con la mancanza di ispirazione. Il cinema di Moretti ne è pieno. Basta vedere la scena del ballo di Turturro o la litigata tra lui e Margherita Buy.

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Dietro il film c’è un altro film. Quello di un set che continua a girare. Il cinema al lavoro. Come una macchina che non si arresta dall’inizio alla fine. Una sorta di truffautiana ‘nuit americaine’ (Turturro nella scena dell’auto sembra venire da lì). Ma anche un cinema che, prima di tutto, è questione di sguardo: i lenti avvicinamenti della macchina da presa verso i volti, oppure il rifiuto di inquadrare gli scontri tra poliziotti e manifestanti in mezzo alla rissa ma da fuori, è un segno di continuità con il suo cinema dagli esordi. E la giusta distanza nell’immagine nel cinema di Moretti è necessaria. Non conta quello che si sta filmando. Conta da dove e come lo si sta facendo.

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