#Cannes2016 – Hell or High Water, di David Mackenzie

Un tempo, prima dell’arrivo dei coloni americani e dell’avanzata della frontiera, l’Oklahoma e buona parte degli stati confinanti, Texas, New Messico e Colorado, erano un unico e vasto territorio, la Comancheria, dove l’omonima tribù pellerossa dei Comanche, i signori della pianura, viveva e cacciava indisturbata. In queste stesse terre sterminate, oggi colorate solo da branchi di bovini, town sperdute e fattorie isolate, si aggirano i fratelli Toby e Tenner, rapinatori di banche, in cerca sempre di un colpo da fare. Con Hell or High Water, presentato nella Un Certain Regard, l’inglese David Mackenzie ha gioco facile nel muoversi tra le atmosfere e le suggestioni dei vari Elmore Leonard, Cormac McCarthy o Nic Pizzolatto, cercando, in qualche modo, di omaggiarne lo spirito. Grazie all’essenziale sceneggiatura di Tyler Sharidan, già noto per lo script di Sicario di Denis Villeneuve, infatti, il regista sfrutta il plot semplicissimo (i rapinatori fuggono, gli sceriffi li inseguono) per muoversi in quel mondo narrativo del country noir, dove il western classico incontra il crime metropolitano.

Hell or High Water è un’opera, dunque, che dell’ostentazione di una ricercata ascendenza letteraria, con la conseguente esibizione di fonti e suggestioni, fa la propria infantile ragione d’essere. Prendiamo la caratterizzazione dei protagonisti, in particolare del vecchio marshall disincanto di uno strepitoso (come sempre) Jeff Bridges. Con il suo Stetson calato sugli occhi, il suo accento strascicato e una southern kidness quasi da manuale, Bridges si cala alla perfezione in un ruolo, scritto e interpretato, per piacere agli appassionati del genere, così meccanicamente iconico da rimandare immediatamente ai punti di riferimento (nella “resa dei conti” finale, ad esempio, si sente manifesta l’eco del Tommy Lee Jones di Non è un paese per vecchi). Anche la coppia di banditi, interpretati da Chris Pine e Ben Foster, tanto amorevoli tra loro, quanto bestiali con gli altri, non sono anti-eroi originali ma prodotti di un’ordinaria, ma più che onesta, riproposizione narrativa.  Mackenzie, abituato a degenerare in un’autorialità europea alle volte ottusa, qui anche per l’aiuto di ottimi collaboratori tecnici (la colonna sonora a cura della coppia Warren Ellis – Nic Cave), di fronte alle grandi praterie accetta il compromesso americano, sopravvivendo con furbizia alla fatidica sfida.