#Cannes2017 – D’après une histoire vraie, di Roman Polanski

Forse la versione al femminile di L’uomo nell’ombra. Due ghostwriter che diventano doppi di figure di successo. Da Ewan McGregor ad Eva Green. Passando però anche per lo scrittore di scarso successo in carrozzella (Peter Coyote) di Luna di fiele o le lettere, gli appunti di ispirazione dei romanzi di D’après une histoire vraie che assumono le tracce horror del libro antico di La nona porta.

Delphine (Emmanuelle Seigner) è l’autrice di un romanzo intimo dedicato alla madre che è diventato un best-seller. Esaurita per lo stress, inizia a ricevere anche della lettere anonime che la tormentano ulteriormente. Non riesce inoltre a trovare l’ispirazione per tornare a scrivere. Un giorno conosce Elle (Eva Green), una donna intelligente e intuitiva che la capisce meglio di altri. La scrittrice ci si affida totalmente. Fino a quando Elle inizia a trasferirsi a casa sua.

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Chi si nasconde dietro ogni opera? Chi è il vero autore? Il cinema di Polanski entra ancora dentro la testa dei suoi protagonisti. Con l’apparizione di Eva Green, inquietante come in Tim Burton, una creatura che sembra un fantasma di Polanski mescolata con Paul Verhoeven, che si chiama Elle, proprio come il titolo dell’ultimo film del regista olandese. L’oppressiva chiusura degli spazi (la casa di Parigi e quella in campagna), l’immobilizzazione fisica appartengono in pieno al cineasta, che con D’après une histoire vraie recupera la cattiveria grottesca di Carnage con il ribaltamento dei punti di vista, e quindi delle identità di Venere in pelliccia.

Ma in D’après une histoire vraie c’è ancora una continua illusione di una trasformazione fisica dei protagonisti. Come se possano diventare qualcun’altro, e rubare la vita dell’altro. Evidente nella scena in cui Elle si fa una pettinatura simile a quella di Delphine per partecipare a un incontro con degli studenti a una scuola di Tours al posto suo. C’è poi un ulteriore passaggio. Il film è tratto dal romanzo di Delphine de Vigan. Il nome della scrittrice corrisponde a quello della protagonista. Altro elemento quindi di totale simbiosi tra libro e film. Come se non ci fosse l’adattamento per lo schermo, ma solo una naturale continuità tra la parola scritta e l’immagine visiva. Poi entrano in gioco anche tutti gli elementi tra noir e mélo del suo cinema, dalla caduta dalle scale del condominio di Delphine all’immagine della giostra nel parco che ritorna due volte, quasi residuo di Hitchcock che ritorna da L’inquilino del terzo piano.

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Dietro il tono anche leggero, dissacrante, ci sono anche le tracce mai rimosse di un tormento autobiografico. Innanzitutto le lettere anonime che riceve la protagonista possono essere state parte delle esperienze vissute dalla vita stessa dello stesso Polanski. E il vuoto dal terrazzo dell’abitazione parigina da cui si affaccia la scrittrice richiama quello di Il pianista, soprattutto la scena dell’uomo invalido gettato nel vuoto dai nazisti .

Un film d’alta classe ma non solo, ma tormentato e pieno di detour improvvisi. Che suggerisce soluzioni poi si dirige improvvisamente da un’altra parte. Come la botola della casa di campagna dove Delphine potrebbe essere intrappolata. E invece non accade. Ma anche la presenza di Olivier Assayas come sceneggiatore segna in maniera significativa il film. Dal tema del doppio che ricorre insistentemente nelle sue ultime opere, come nello straordinario Personal Shopper, alla forme di comunicazione dove è ricorrente la presenza degli iPhone anche come contenitore di memoria (gli appunti vocali di Delphine) o della pagina bianca dello schermo del computer. Fino all’ambiguità tra realtà è visione. Delphine vede davvero il frullatore abbattuto fino alla bevanda al cioccolato che la donna non vuole bere e che viene gettato via con rabbia. Qual è l’immagine giusta che stiamo vedendo? Con in più un momento thriller indimenticabile, come quello di Delphine che fugge dalla casa con le stampelle sotto la pioggia e viene ritrovata la mattina dopo. È accaduto tutto questo? Non è successo niente e la storia faceva parte della gestazione del nuovo romanzo della scrittrice?

Tra Assayas e Polanski non c’è stato nessun conflitto. Anzi, un reciproco arricchimento. D’après une histoire vraie non può fare a meno di entrambi. E rendono il film di una ricchezza e un’ambiguità di un cinema post-moderno che si poteva fare anche 50 anni fa. Che ha bisogno del suo passato. Ma che può anche ricominciare da zero.