CHERNOBYL. We’ll meet again, don’t know where, don’t know when…

È una bomba atomica, che sfrutta l’energia fondamentale dell’universo. La forza da cui il sole tra la sua potenza è stata liberata su quelli che hanno portato la guerra sull’Estremo Oriente.

(Harry Truman, 6 agosto 1945)

L’espressione di era atomica venne coniata da William L. Laurence sul New York Times dopo il Trinity Test di Alamogordo. Il giornalista fu uno dei pochi civili ammessi alla prima esplosione nucleare della storia. In seguito, venne inserito tra l’equipaggio dell’aereo che sganciò la seconda bomba su Nagasaki. L’ordigno era stato già utilizzato su Hiroshima ma l’opinione pubblica non aveva ancora un’idea chiara della sua natura. Gli articoli di giornale che se ne occuparono rappresentano un formidabile esempio di quella che Marshall McLuhan chiamava la sindrome dello specchietto retrovisore. Il fatto che l’umanità avesse imbrigliato una simile potenza e potesse impiegarlo a suo piacimento non aveva una comparazione adeguata. Così, la detonazione venne paragonata a quella di ventimila tonnellate di tritolo. Tuttavia, l’accostamento non bastava per descrivere la distruzione immediata che comportava. Il Presidente Harry Truman annunciò trionfalmente che gli Stati Uniti avevano vinto la più grande e costosa scommessa scientifica della storia. La sua nazione possedeva un potere divino ed era pronta a scatenarlo su tutti i nemici che non si fossero sottomessi alla sua benevola autorità. Il mondo entrava in un’epoca in cui l’umanità poteva distruggere un’intera civiltà in pochi secondi. Il cinema se ne rese conto ma la sua reazione fu come quella che ebbero tutti. Ci volle molto tempo per concepire un simile salto evolutivo e per assimilarne tutte le implicazioni.

GIi osservatori sulla coda dell’aereo videro una gigantesca palla di fuoco sollevarsi, come se provenisse dalle viscere della Terra, eruttando enormi anelli di fumo. Poi videro un’enorme colonna di fiamme viola, alta diecimila piedi, che si innalzava verso il cielo a grande velocità (…) Stupefatti, la guardavamo mentre saliva in alto come una meteora che veniva dalla Terra invece che dallo spazio profondo, diventando ancora più viva mentre arrivava verso le nuvole bianche. Non era più fumo e polvere, e nemmeno una nube di fuoco. Era una cosa animata, una nuova specie di essere vivente, nata proprio davanti ai nostri occhi increduli.

(William L. Laurence)

La prima descrizione di un fungo atomico fatta da un civile rende perfettamente l’idea sulla sua natura. Il racconto ricorda la splendida scena di Chernobyl in cui i cittadini condannati di Prypjat escono per ammirare la nube luminescente che proviene dalla centrale. La sua potenza primitiva e inarrestabile è quella di un leviatano che nello stesso tempo atterrisce ed ipnotizza lo spettatore. La teoria di molti scienziati del Manhattan Project sosteneva che sarebbe stata sufficiente un’esplosione dimostrativa per terrorizzare i giapponesi e costringerli alla resa senza condizioni. L’Unione Sovietica entrò in possesso di questa tecnologia nel 1949 ma i suoi esperimenti non gettarono il mondo nel terrore. Tutto quello che ruotava intorno all’era atomica era accolto da un’atmosfera di cieco ottimismo sul suo scopo finale. Le centrali nucleari avrebbero dato energia illimitata alla popolazione mondiale e la bomba avrebbe cancellato tutte le altre armi. Durante la Guerra di Corea, il Generale Douglas MacArthur chiese più volte a Truman di sganciarne una su Pechino. Sarebbe stato molto più economico e risolutivo che logorarsi contro l’esercito di Mao sulla linea del 38esimo Parallelo. I test nell’Oceano Pacifico e nel Nevada continuavano senza sosta e senza cura per i residui radioattivi delle esplosioni. Gruppi di persone nelle strade di Las Vegas si fermavano spesso ad ammirare lo spettacolo dell’esplosione nel deserto intorno alla città.

Da cinque anni il mondo vive con la spaventosa consapevolezza che la guerra atomica è possibile. Sin da settembre, quando il Presidente ha annunciato pubblicamente che anche i russi hanno prodotto la prima esplosione atomica, questa nazione ha vissuto di fronte alla terrificante presa di coscienza che un attacco con le armi atomiche potrebbe essere messo in atto contro di noi. Eppure, finora, nessuna voce responsabile ha valutato il problema costruttivamente, con parole che tutti potrebbero capire…

(Collier’s, 5 agosto 1950)

La copertina di Collier’s dell’estate del 1950 presenta una bellissima ed inquietante illustrazione di Chesley Bonestell. Il fungo atomico sovrasta Manhattan in un panorama apocalittico di fuoco e di rovine. Per la prima volta, i lettori americani hanno un resoconto dettagliato di quello che potrebbe accadere durante un attacco sulla loro città più iconica. La forma dell’articolo di John Lear è molto simile alla sceneggiatura di tanti film che in seguito verranno prodotti sul tema. A New York è una giornata come tante altre e alcuni cittadini di diversi boroughs portano avanti le loro azioni quotidiane. Improvvisamente, un bagliore accecante silenzia tutto il caos della routine metropolitana. Un giornalista si prende carico di descrivere quello che resta delle strade e dei grattacieli dopo che la polvere e le fiamme si sono posate. Le pagine sono corredate di disegni che mostrano le rovine dei monumenti più simbolici. Gli accurati diagrammi calcolano l’effetto sulle persone in base alla distanza da ground zero. La bomba viene ancora concepita in base ai parametri degli ordigni tradizionali. La sua tremenda capacità distruttiva è ancora legata all’esteso raggio d’azione del suo potentissimo blast. Collier’s fissa un numero mostruoso di vittime ma cerca di dare informazioni utili per salvarsi. E’ difficile stabilire se il problema del fallout fosse ancora incomprensibile per il pubblico o venisse taciuto per interesse nazionale.

Un gruppo di scienziati stabilisce i parametri per mandare avanti e indietro l’orologio della mezzanotte. Nel 1953, le lancette segnano appena due minuti alla fine del mondo. Tuttavia, l’interesse del cinema per la bomba stenta ancora a decollare. Gli alieni si rendono conto che l’umanità ha maturato una rudimentale tecnologia atomica. Così, mandano un emissario della Confederazione Galattica per mandarle un ultimatum in The Day the Earth Stood Still (1951) di Robert Wise. I militari la usano vanamente contro i tripodi ne The War of the Worlds (1953) di Byron Haskin. Alla fine, scoprono che sarebbe bastato utilizzare un’influenza per sconfiggerli. L’inviolabilità storica del suolo americano sosteneva l’idea che la distruzione nucleare fosse un problema di un’altra parte del mondo. La sicurezza dell’opinione pubblica andò in macerie solo quando i russi sperimentarono una bomba all’idrogeno da cinquanta megatoni e svilupparono i missili intercontinentali. Ogni città americana poteva essere raggiunta in trenta minuti da una pioggia di ICBM lanciati da qualche base sovietica. Il loro carico era una testata atomica migliaia di volte più potente di Little Boy. Gli Stati Uniti raggiunsero la stessa potenza di fuoco del nemico e il mondo entrò inevitabilmente nell’era della distruzione reciproca assicurata. Gregory Peck è al comando di una nave che cerca disperatamente l’ultima spiaggia non toccata dalla nube radioattiva. On the Beach di Stanley Kramer (1959) era il primo film ad affrontare la desolazione dell’inverno nucleare.

In piccole dosi, le radiazioni spesso sono innocue. Persino quando l’intossicazione radioattiva è causata da una massiccia esposizione, c’è un’ottima possibilità di guarigione.

(Survival Under Atomic Attack, Government Printing Office, 1950)

Matinée (1993) di Joe Dante è uno splendido ricordo del baratro globale che si stava aprendo durante la crisi dei missili cubani. Il giovane protagonista partecipa alle esercitazioni predisposte dal governo nel caso di un probabile attacco. Una ragazza si ribella all’addestramento e rivela ai suoi compagni una verità incofessabile. La vera fortuna è morire quando casca la bomba perché la contaminazione da fallout è un destino persino peggiore. Il documentario The Atomic Cafè (1982) di Jayne Loader e di Kevin e Pierce Rafferty analizza efficacemente lo sforzo contraddittorio delle istituzioni. Il loro scopo era rassicurare i cittadini e allo stesso tempo propagandare la corsa agli armamenti come mezzo di difesa. Un film educativo come Duck and Cover (1952) spiegava ingenuamente ai bambini come proteggersi nel caso di un’esplosione improvvisa comportandosi come una tartaruga. Survival Under Attack era un opuscolo che smontava il mito per cui le armi atomiche avrebbero distrutto la vita terrestre. Il Presidente Henry Fonda doveva sacrificare New York per compensare un errore tecnico. Infatti, una falla nel protocollo aveva permesso ad un bombardiere americano di distruggere Mosca. La trama di Fail-Safe (1963) di Sidney Lumet era quasi identica a quella di Dr. Strangelove (1963) di Stanley Kubrick. Il cineasta si era divertito ad orchestrare una farsesca concatenazione di imprevisti che avrebbe messo fine alla civiltà. Tuttavia, lo sterminio globale veniva ancora pensato come una tragica serie di coincidenze sfortunate.

The War Game (1965) di Peter Watkins vinse l’Oscar per il miglior documentario e fu il primo a confutare il dogma della deterrenza. Il film ricostruisce uno scenario internazionale credibile in cui la guerra nucleare è un atto politico volontario. Inoltre, affronta anche le sue conseguenze a lungo termine sulle persone e sulla società. Il format dei notiziari in sottofondo tornerà spesso per sottolineare attraverso la familiarità dei luoghi le alte probabilità di un simile evento. La voce over intervista alcuni cittadini inglesi sugli elementi residui della fissione nucleare e sul loro effetto sull’organismo umano. Nessuno di loro sa che i rifugi consigliati dal governo sono inefficaci contro la loro capacità di penetrazione. Dopo il conflitto, il collasso economico, l’impraticabilità dei terreni agricoli e l’avvelenamento delle acque decimerebbero la popolazione. La carestia e i furti porterebbero le istituzioni inglesi a ripristinare la legge marziale e la pena di morte. A dei bambini sopravvissuti viene chiesto che cosa vorrebbero diventare e loro rispondono niente. La BBC si rifiutò di trasmettere il film in televisione per ben trent’anni perché era troppo crudele. Lyndon Johnson si decise a ritirare lo spot elettorale Daisy Girl dopo una sola trasmissione perché era eccessivo. Tuttavia, l’idea che una guerra simile avrebbe spazzato via le nazioni, le leggi e ogni forma di contratto sociale si era ormai diffusa.

La scena finale di Planet of the Apes (1968) di Franklin Schaffner inaugurò il sottogenere della fantascienza sul nuovo medioevo dei superstiti. La desolazione e l’annullamento della civiltà furono il contesto di film come Panic in Year Zero! (1962) di Ray Milland o Damnation Alley (1977) di Jack Smight. Ovviamente, il caso più fortunato di questa stagione fu Mad Max (1979) di George Miller. La firma di alcuni trattati internazionali e la messa al bando dei test in atmosfera rese più remota la possibilità di un conflitto su larga scala. Gli Stati Uniti erano troppo impegnati ad elaborare il lutto del Vietnam e l’equilibrio geopolitico sembrava stabilizzato. Tuttavia, l’ascesa di Khomeini in Iran, l’invasione sovietica dell’Afghanistan e l’elezione di Ronald Reagan alla Casa Bianca rimisero tutto in discussione. Le porte dell’età dell’oro dei film sull’aftermath nucleare si riaprirono. La rapida successione di questi eventi aveva posto il problema della gestione irrazionale di una crisi. Chi avrebbe gestito una fulminea ed inarrestabile escalation verso il punto di non ritorno? I due film principali che hanno segnato questa stagione cinematografica hanno un minimo comune denominatore. Le news che si ripetono in modo sempre più bellicoso e sordo alle richieste di pace.

I catastrofici avvenimenti a cui avete assistito, con ogni probabilità, sono molto meno tragici di quello che accadrebbe in realtà se gli Stati Uniti venissero coinvolti in una guerra nucleare. Ci auguriamo che le immagini di questo film convincano tutte le nazioni della Terra, tutti i popoli e i loro governanti, a trovare il modo di evitare questa drammatica fine.

(didascalia finale di The Day After, di Nicholas Meyer)

La sequenza delle esplosioni nucleari sopra Kansas City di The Day After (1983) di Nicholas Meyer era così lunga, accurata e impietosa che ha fatto scuola. La sua forza derivava dal fatto che per un’ora il film ci aveva fatto affezionare ad alcune dinamiche familiari spazzate via dagli ICBM. Tuttavia, Threads (1984) di Mick Jackson andava ancora più a fondo nel mostrare la dissoluzione dei legami civili e sociali dopo una guerra nucleare in Inghilterra. Per la prima volta, l’obbiettivo del film non era l’effetto speciale del fungo atomico ma la lenta consunzione dei sopravvissuti. Gli uomini e le donne regredivano ad una condizione animalesca e senza speranza. Infatti, i governi che avevano provocato la guerra erano scomparsi insieme ai loro piani di recupero e assistenza. The Day After puntava sull’impossibilità di mantenere qualsiasi senso minimo di comunità. Le tre generazioni di Threads dovevano accettare la prossima estinzione. L’ultima scena del film americano segue uno dei personaggi mentre cerca di morire davanti ai resti della sua casa. L’uomo si deve rassegnare a dividere l’illusione di un camino insieme ad un gruppo di disperati che condivide la sua stessa sorte. Alla fine del film inglese, la ragazza nata durante il fallout partorisce una creatura deforme che non potrà portare avanti la specie.

Tu che desideri, mamma?

Di non dimenticare niente, le cose belle e le cose brutte, come siamo sopravvissuti e non ci siamo arresi mai, di poter resistere, per i figli, per essere degni di loro.

(Testament, di Lynne Littman)

La totale assenza dell’elemento spettacolare rende Testament (1983) di Lynne Littman uno dei film più efficaci di questo periodo. La storia era ambientata nello spazio limitato di una villetta suburbana. La casa era sufficientemente distante dal punto dell’esplosione da evitare la morte immediata ai suoi abitanti. La madre cercava di mantenere strenuamente le abitudini quotidiane per proteggere i suoi figli dall’orrore. Tuttavia, la scomparsa del marito e i lutti che perseguitavano il vicinato la costringevano ad affrontare anche la loro morte. L’inevitabile avanzare della malattia si sovrappone ad una serie di home movies di una felicità ormai lontana. La struggente festa di compleanno finale è un inno alla famiglia e alla irriducibile resilienza umana. Tuttavia, nemmeno un istinto simile può fermare la letale e pervasiva forza delle radiazioni. Quanto si è stati mai vicini all’autodistruzione dell’homo sapiens? La notte del 26 settembre 1983 i sistemi di rilevamento sovietici segnalarono un missile americano in avvicinamento. Il responsabile in quel momento era Stanislav Petrov e aveva l’ordine di mobilitare la catena di comando per innescare la rappresaglia. Il soldato non seguì il protocollo ma il buon senso e dopo cinque minuti si scoprì che quell’ICBM in volo non era mai esistito. Il mondo ha ancora una parvenza di civiltà perché un oscuro funzionario russo disattese un comando.