CINEMAFRICA – “The Stuart Hall Project” di John Akomfrah: Genealogia di un pensiero critico

  

di Leonardo De Franceschi

Che The Stuart Hall Project, tra gli ultimi lavori di uno dei massimi artisti afrodiasporici dell’audiovisione, John Akomfrah, benché presentato in anteprima mondiale al Sundance, e cioè ben nove mesi fa, sia tuttora, a mia conoscenza, inedito in Italia, la dice lunga sulla ristrettezza di orizzonti dei selezionatori di festival e dei programmatori televisivi di questa nostra Italietta, ignorante e fiera di esserlo. Eppure, la Mostra di Venezia ha presentato tre anni fa The Nine Muses (2010) e quest’anno ha commissionato allo stesso Akomfrah una scheggia per il suo film celebrativo del settantennale. Del resto, non mi dispiacerebbe affatto essere smentito, e vedere questo – o l’ultimo The March (sul cinquantenario della marcia di Washington, col famoso discorso di King) – in programmazione magari a Roma, a Torino, o al Festival dei Popoli di Firenze.?

Sarebbe l’occasione non solo per ripassarsi concetti e momenti chiave della vita di uno dei maggiori pensatori del Novecento (il lucido 81enne anglogiamaicano Hall), ma anche per decostruire un piccolo grande capolavoro del cinema di montaggio, prodotto dalla BBC e distribuito dal BFI, che per conto mio farei vedere in tutte le scuole di cinema. Akomfrah, che pure ha fatto del trattamento dei materiali di repertorio uno dei punti forti del suo stile inconfondibile (basti rivedersi Handsworth Songs del 1987), anche questa volta si supera, nella costruzione di una partitura audiovisiva complessa e multistrato, pressoché priva di cartelli e di commento. Ad accompagnare lo spettatore, in questo viaggio di (ri)conoscenza è la voce stessa di Stuart Hall, ripresa da un documentario del 1992 e da molti altri interventi audio e video destinati ad emittenti BBC, e la musica magistrale di Miles Davis che, come ricorda lo stesso Hall, quando aveva 19 o 20 anni, gli ha messo le dita sull’anima, continuando negli anni a esprimere la nostalgia nei confronti di un’altra vita che avrebbe potuto essere vissuta.

Nato a Kingston, Giamaica, nel 1932, da una famiglia ricca di matrici culturali («in parte inglese, in parte africana, in parte ebraico-portoghese e alcuni dicono persino in parte indiana dell’est») ma proiettata in modo ossessivo verso la madrepatria inglese, il giovane Stuart non vede l’ora di lasciarsi alle spalle quell’isola, che è la casa dell’ibridità ma dove la gente ti misura dal grado di bianchezza (tanto da considerare la scoperta che lui fosse di tre sfumature più nero degli altri della famiglia «il primo fatto sociale che abbia saputo su me stesso»). Quando però si ritrova, meno che ventenne, ad entrare ad Oxford, in uno dei massimi templi della britishness, allora fieramente coloniale, non a caso, col senno di poi, ripensa a quegli anni di frustrazione, immedesimandosi nell’io narrante di Pelle nera, maschere bianche, desideroso solo di passare inosservato. A salvarlo saranno la curiosità intellettuale e gli incontri che, di lì a pochi anni, complice il doppio choc di Suez e Budapest nel 1956, porteranno alla nascita della rivista New Left Review e alla prefigurazione di una sinistra distante tanto dal capitalismo fordista quanto dallo stalinismo dei gulag e dei carri armati.

Sono anche gli anni in cui la Gran Bretagna conosce la prima grande ondata di lavoratori nati nelle colonie asiatiche, africane o antillesi, e l’opinione pubblica rimane scossa dal primo omicidio a sfondo razziale occorso a Notting Hill, quello dell’antillese di Antigua Kelso Cochrane, nel 1959. La società britannica subisce trasformazioni significative, sotto la spinta di mode e comportamenti imposti dalle ultime generazioni, sempre più frazionate in subculture giovanili. Si sente la necessità di un approccio nuovo alla cultura e alla politica, in grado di dar conto dei cambiamenti in corso, interrogando forme di espressione popolari come il cinema o la musica pop, tradizionalmente neglette dagli studi accademici. Hall partecipa da protagonista anche a questa fase, sposando Catherine, unendosi a Richard Hoggart nel Centre of Cultural Studies, e toccando con mano cosa significhi aver sposato una donna bianca, nella Birmingham del 1964. Di lì a poco nascerà il primo figlio, ma Hall, che comincia a parlare di identità costruite, negoziali, stenta a sentirsi inglese («La Gran Bretagna è la mia casa, ma io non sono britannico»). Presto Enoch Powell comincerà ad intossicare il dibattito pubblico con le sue parole d’ordine sulla Gran Bretagna ai britannici, rendendo il sogno dell’assimilazione totale irraggiungibile tanto per gli autoctoni quanto per i residenti di origine migrante, che cominceranno, da allora, a volersi differenziare in qualche modo dai primi.

Dopo il crepuscolo degli ultimi movimenti, Thatcher e Reagan accompagnano l’ascesa di un capitalismo trionfante, che criminalizza ogni manifestazione di dissenso e disgrega quello che resta della coesione sociale. Unica consolazione, la vivacità culturale e artistica dei black british: attraverso soprattutto la letteratura e il cinema, sostenuti da una classe politica che vuole creare una valvola di sfogo a una generazione pronta a incendiare le piazze dopo gli scontri del 1981, gli artisti diasporici neri e asiatici si affacciano alla scena e presentano al mondo una Gran Bretagna multiculturale, ibrida, molto più ricca di quanto certo immaginario nostalgico, dominante nei maggiori successi britannici da esportazione (Passaggio in India o Camera con vista, per capirci), lasci presumere. Gli anni Novanta, con lo scoppio delle guerre post-89 in piena Europa e il riacutizzarsi delle tensioni intorno ai temi dell’immigrazione, aprono nuove sfide ma polarizzano ulteriormente il dibattito, emarginando le voci, come quella di Hall, che lavorano per un pensiero critico, della complessità. Non a caso, una delle ultime battute scelte da Akomfrah ci parla di un intellettuale che vede il mondo intorno a sé sempre più estraneo e si sente per la prima volta fuori tempo, pur invocando il gramsciano ottimismo della volontà.

Strutturato sulla base di una ratio strutturale sostanzialmente cronologica, The Stuart Hall Project racconta in parallelo l’avventura dell’uomo e del pensatore critico, scandendo questa narrazione con una serie di aforismi che danno il senso dell’apertura intellettuale di Hall. Colpisce l’insistenza sul concetto di identità, su cui Hall invoca un salutare ripensamento, rifuggendo logiche essenzialistiche, mononormative ed eterodirette e incoraggiando un’interrogazione interminabile, aperta alla valorizzazione delle diverse componenti culturali («Quando domando a qualcuno da dove venga, adesso mi aspetto di sentire una storia estremamente lunga») e consapevole delle logiche negoziali che condizionano largamente la processualità della costruzione identitaria («in una conversazione tra quello che siamo e le ideologie politiche al di fuori»). Interessante anche la riflessione sull’emergenza della soggettività femminile, che Hall sembra articolare anzitutto sulla base della propria esperienza personale: rievoca per esempio una drammatica storia di famiglia occorsa poco prima che lui partisse per l’Inghilterra (tragica protagonista la sorella più grande, innamorata corrisposta di un medico giamaicano, costretta dalla madre a lasciarlo perché "troppo nero" e mai più ripresasi da una spirale di depressione ed elettroshock) e torna più volte sul rapporto con la moglie Catherine, brillante storica dei rapporti tra impero e colonie, indagati in una prospettiva di genere.

The Stuart Hall Project
può essere letto in qualche modo, a giudicare anche dalle affinità elettive che Akomfrah ha dichiarato di sentire con Hall, come una sorta di tributo all’intellettuale ma anche al compagno di strada. In questo senso, il film risponde idealmente a quanti negli anni Settanta e Ottanta, all’interno del movimento nero inglese, sull’onda di un radicalismo atlantista, avevano accusato Hall di posizioni astratte e lontane dalle lotte popolari dei neri. Mettendo in risonanza storie personali e concetti elaborati nell’arco di più di quarant’anni, Akomfrah ricorda come Hall abbia non solo rappresentato un punto di riferimento ineliminabile in una storia della coscienza nera nel Novecento inglese, ma abbia per esempio accompagnato e sostenuto tanti artisti della scena underground, proprio nella fase più critica di lancio. Vale la pena ricordare infatti che proprio Hall prese le difese di Akomfrah e del Black Audio Film Collective quando dalle colonne del Guardian nel gennaio 1987 Salman Rushdie attaccò brutalmente il loro primo film, Handsworth Songs. Colpisce la straordinaria continuità e coerenza che lega questi progetti lontani più di venticinque anni, nell’orchestrazione di un archivio trattato come un flusso lavico, che trascina con sé storie personali e collettive, riflessioni, intuizioni poetiche. Oggi come allora, da segnalare la straordinaria qualità evocativa dell’impasto sonoro, curato da Trevor Mathison, che mescola propri temi con materiali di repertorio (perlopiù trasmissioni televisive e radiofoniche), classici di Miles Davis, brani d’epoca e contemporanei.?

Articolo a cura di www.cinemafrica.org